
Public-domain ebook
Mio figlio!
Language: it539 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: Novels·Parenthood & Family Relations
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #64810.

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The opening · free to read
Quando pubblicai la prima volta le parti staccate di questo libro modesto, i critici mi avvertirono di due cose, cioè che io andava troppo per le lunghe, insistendo soverchiamente nei particolari; e che correva troppo senza nemmeno toccare episodii importanti della piccola ma eterna epopea domestica. Con la scorta di questi due criteri, io, come è accaduto ad altri, continuai a fare a modo mio. Ora che il libro, bene o male, è compiuto, mi credo in obbligo di avvertire chi legge che non ho voluto scrivere un romanzo, e che per ciò non si aspetti una narrazione filata. Qua e là, fra le parti del libro, ho lasciato di proposito un intervallo dove fosse posto ad altre gioie e ad altri dolori, per la ragione medesima che mi consigliò di rifiutare le considerazioni troppo personali e gli avvenimenti non volgari. Dirò tutto: Questa volgarità di casi e queste lacune mi daranno un collaboratore in ogni padre che voglia leggere il mio libro.
D'un altro disinganno a cui va incontro il lettore non sarà male che io mi scagioni a bella prima.
Mio Figlio! non è un protagonista, non è nemmeno un personaggio vero e proprio; è un sentimento, è il grido di tutta l'umanità, anzi di tutta la natura._
_Quale intento mi sono io proposto? Non lo so bene; mi ricordo che quando una voce di là dalle Alpi mandò un grido che a molti non piacque, e in casa nostra altre voci gridarono anche più forte e in un modo che dispiacque a moltissimi, più d'uno sentì il bisogno di mettersi alla finestra e di gridare: Mio Figlio! Forse lo sentii anch'io questo bisogno, e allora, per vizio d'abitudine, presi la penna... e peccai. Oggi che le vociferazioni cominciano a cessare, questo libro non vuole aver punto l'aria di una protesta. — Che cosa vuole esso dunque? Vuole che un padre di famiglia, dopo la lettura, faccia una carezza ai suoi bambini._
Non lo aspettavamo più: anzi, per dire il vero, non lo avevamo aspettato mai. Ci eravamo sposati senza secondi fini, unicamente per isposarci, e il giorno delle nozze parve a me il più bello di tutta la mia vita, perchè con esso incominciava finalmente la vita nostra. Vedere qualche cosa di là da un grande amore, immaginare un'altra gioia diversa da quella di attraversare il mondo a braccetto nello stesso sentiero, Evangelina ed io, mi sarebbe sembrata l'offesa d'un nano al gigante che nutrivamo nel petto. Io scrivo «nutrivamo», perchè anche Evangelina mi amava molto, senza di che non si sarebbe adattata a diventare la signora Placidi.
A quel tempo non avevo ancora scavato la miniera del codice di procedura civile, e lo studio dell'avvocato Placidi era poco più di una buona intenzione. Per giunta avevo allora, ed ho anche oggi, un nome di battesimo grottesco, di quelli che smorzerebbero un incendio amoroso. Mia moglie mi chiama Onda (ed è già una tribolazione), ma il mio vero nome — non lo credereste — tutto quanto il mio nome è Epaminonda.
Si diceva dunque che non lo aspettavamo più, cioè che non lo avevamo aspettato mai, perchè ci eravamo sposati senza secondi fini. E sì che non erano mancati gli eccitamenti!
Al nostro ritorno dal viaggio di nozze, parenti, amici, amiche, quanti ci aspettavano alla stazione, ci accolsero con certi sorrisi, che mi avrebbero messo in impiccio se non mi fossi preparato a ridere; la mia Evangelina, poveretta, era indifesa, e quanto più io rideva, tanto più essa si faceva rossa. Era quello che i parenti e gli amici volevano; si sarebbe detto che non mancasse altro alla loro felicità.
— Ce l'hai? ce l'avete? — E guardavano negli occhi di mia moglie, la sottoponevano a un interrogatorio pieno di allusioni, di cui la poverina non capiva gran cosa, poi guardavano me dandosi l'aria di complici, o mi cacciavano un gomito nelle costole, socchiudendo un occhio. Mio suocero, un ometto pieno di buon umore e di vivacità, non faceva altro che girare intorno alla sua figliuola, e chiederle: — Me l'hai portato? — come se dovesse averlo nella valigia.
Ci fu persino un professore di aritmetica, il quale, abusando della sua professione e della sua scienza, fece un calcolo ardito dinanzi alla mia Evangelina, e sostenne che, siccome noi ci eravamo sposati in luglio, lui doveva venire in marzo, con le prime viole. Naturalmente tutti costoro non dicevano mai chiaro di chi parlassero; ma non era difficile intendere che si trattava di mio figlio.
Poi venne il quesito del sesso, e qui la disparità dei pronostici fu inconciliabile. Per mio suocero non correva dubbio, era un maschio (un ingegnere), ma la vecchia zia Simplicia, la quale si offriva di tenere la nostra creatura al fonte battesimale, diceva che doveva essere una femmina, e lasciava intendere in mille modi, senza dirlo, che il meglio che la nascitura Semplicetta potesse fare sarebbe di copiare col tempo le grazie semplici della madrina. Per accontentarli tutti, io rispondeva invariabilmente che mio figlio era neutro. E lo diceva ridendo, senza farmi un'idea della tortura inflitta a tutti i padri in erba di dover adorare per molti mesi un figliuolo senza sesso. Ma quando m'immaginavo di averli indotti in buon'ora a lasciare in pace la mia poveretta, non mancava mai un pensatore più arguto di me, il quale suggeriva serio serio a mia moglie il modo migliore di accontentare il babbo e la madrina: — Faccia il paio — diceva lui — posto che ci si è messa.
Ma no, benedett'uomo, che non ci si era messa! A quattr'occhi avremmo riso dell'inganno di quella buona gente, se non ci fossimo fatto uno scrupolo. Ci parve d'essere in obbligo di aspettarla, la povera creaturina, che ad ogni costo doveva venire con le viole; di parlarne qualche volta come se vi credessimo, tanto per non aver l'aria di respingerla dall'amplesso di babbo e di mamma.
L'aritmetica del professore cominciò a servire anche a noi, ma senza ansie nè sgomenti. Si diceva: — Le viole verranno prima di lui — e si era già rassegnati a vederlo venire co' mughetti e con le ciliege.
E ogni mese che passava, mentre leggevamo lo sconforto sulla faccia di mio suocero, la zia Simplicia, i parenti, gli amici e le amiche, con tutte le gradazioni della pietà e della misericordia, ci facevano intendere che eravamo due buoni a nulla.
Ci puntigliammo e fu inutile: vennero le viole, vennero i mughetti, non recando altro che il loro profumo; e vennero le ciliege, ma ahimè!... sole.
Questo figliuolo, che non si decideva a nascere, turbava già la nostra pace; io vedeva bene che sotto il riso allegro di mia moglie si celava un'ansia segreta, e tante volte non mi riusciva di cancellare coi baci le nuvole della sua fronte.
Spesso la sorprendevo seduta in un canto, curva sul cucito, ma senza mettere un punto, con gli occhi fissi a terra; me le accostavo pian pianino, la baciavo sul collo, ella dava un tremito, poi mi diceva: — Cattivo! — perchè le avevo fatto paura, e in ultimo mi mostrava la faccia sorridente; ma checchè ella facesse e dicesse, io indovinava una lagrima nei suoi occhi buoni, e in quel suo sorriso dolce, vedevo ancora un pensiero fuggitivo e mesto. Quale?
Me lo disse un giorno: tremava, la poverina, di non bastare alla mia felicità; era vergognosa e sgomenta di non sapermi regalare un bamboletto color di rosa. E per quanto io le dicessi che non me ne importava, che non sapevo che farmene, ella, guardandomi negli occhi e sospirando, soggiungeva:
— Lo vedi bene; il matrimonio non è quello che pensavamo noi, e quando ti sarai persuaso che il nostro poteva metter meglio...
Non le lasciavo finire la frase; le chiudevo la bocca con un bacio, la costringevo a fare per la camera un giro di valzer, e se non bastava ancora, me la pigliavo in braccio come una bambina e la portavo per tutte le stanze del nostro appartamento, che erano quattro, senza contare un bugigattolo per la fantesca. Finiva col ridere.
Mia moglie non era leggiera, ed io non la deponeva mai a terra senza protestare che per un uomo come me il peso di una moglie come lei era sufficiente, e per carità non istesse a mettermi sulle spalle un marmocchio che non conoscevo.
Beffavo la mia prole futura allegramente; avrei fatto di peggio; non mi sarebbe spiaciuto di sembrare un padre snaturato, tanto per mostrarmi a lei quello che ero per davvero: un marito esemplare.
Con queste arti mi riuscì di persuaderla che il meglio che le rimanesse a fare era di mostrarmi la sua faccia gioconda, e di allietarmi la vita col lume dei suoi occhi sereni.
— Io m'era proprio messa in capo che tu lo aspettassi, che non potessi più far di meno di lui, che lo amassi più di me... e ne ero gelosa.
— To'! — esclamai — se non era nemmeno concepito, come lo poteva amare?
— È quello che pensavo anch'io: come fa ad adorare un nascituro, che non vuol nascere, solo perchè nascendo dovrebbe essere suo figlio? In fin dei conti è uno sconosciuto. E pure ti guardavo di nascosto, ti vedevo pensoso e dicevo dentro di me: «Vi pensa, non sa darsi pace, lo adora!».
Povera Evangelina! Mi amava proprio.
Amava anche l'ordine, anzi qualche cosa di più dell'ordine, la simmetria; poichè non bisogna confondere queste due virtù domestiche. L'ordine può essere un abito; la simmetria è un sentimento, ed è sempre più severa.
Per comprendere quanti piccoli sacrifici mi fosse costato l'accontentare quella simmetria tiranna, bisogna essersi trovati a metter su casa con una borsa magra ed aver avuto dinanzi agli occhi quattro pareti, in cui decentemente non potevano stare che quattro quadri od otto, mentre voi avevate la mezza dozzina giusta.
Basta, mia moglie amava prima me, poi la simmetria, ed io sosterrò in faccia a tutti che essa aveva collocato bene i suoi affetti, almeno rispetto alla simmetria. Quando mi conduceva misteriosamente per mano in una stanza, e mi abbandonava poi al mio stupore dicendomi: — Guarda — ed io guardavo e non vedevo nulla, e finalmente vedevo e mi stupivo che ella avesse trovato modo di migliorare una simmetria che pareva perfettissima, allora non tralasciavo mai di dirle: Brava!
Talvolta soggiungevo: — Vedi un po' queste sei seggiole disposte così bene, due ai capi della tavola, quattro a farsi riscontro nelle pareti; non ti hanno l'aria di avere un intendimento e di obbedire ad una intelligenza tacita? Muovine una, e l'intelligenza che le anima se ne va, le seggiole ridiventano niente più che seggiole; e pazienza se fossero di un legno prezioso e foderate di damasco, ma sono di noce e hanno il fondo di paglia.
Evangelina rideva, perchè era contenta; ed io tiravo innanzi:
— Se quel monello che a quest'ora doveva essere al mondo si decidesse mai a venire per davvero, sai tu la bella prodezza che imparerebbe col tempo?... Imparerebbe a tormentare la tua simmetria, a cacciarla di casa come fanno certi artisti che conosco io, i quali, invece di dipingere dei bei quadri o scrivere dei buoni libri, trovano più comodo di passar per genii, facendo la guerra agli istinti da borghesuccio, al convenzionalismo ed ai sentimenti comuni.
— Ci pensi ancora? — mi domandava Evangelina con uno sgomento adorabile.
Si sott'intende: «a quel monello».
E mi toccava ripeterle per la centesima volta che ero felice così, che non desideravo nulla, e che anzi...
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