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La bufera
Language: it538 downloads on Project Gutenberg
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Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #70733.

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— Anche i Claris hanno una bella campagna da quelle parti.
Però il marchese Enrico Costa de Beauregard, che nel 1796 scriveva: — Raconis est un des plus beaux lieux du monde — non avrebbe potuto in buona coscienza dir altrettanto di Robelletta. Rari amici e conoscenti si recavano a visitare la contessa al tempo della villeggiatura; e la villa di casa Claris, meglio che a questi pochi, doveva forse la sua fama ai molti che non vi erano mai stati.
Tenendosi in Polonghera, sulla fine del secolo XVII, la grossa gabella del sale proveniente da Nizza, mentre se ne mandava una grossa parte a Torino sui barconi del Po, con l’altra si provvedeva, per mezzo di carri, Murello, Racconigi, Cavallerleone ed altri comuni vicini. La strada per cui passavano questi carri è detta anche oggidì strada del sale.
In un punto di questa sboccava un viale largo e diritto, che metteva, tra due sfilate d’olmi, a un cancellone di ferro, ritto fra pilastri guarniti di brutte arpie di pietra molto mal scolpite. Quello era l’ingresso di Robelletta. Il fabbricato poi si divideva in due parti: una signorile e l’altra rustica. La parte signorile, di due piani, oltre il terreno, aveva una facciata schietta e severa, senz’altri ornamenti che un terrazzino con graziosa ringhiera di ferro battuto, ed una gran meridiana scrostata e scolorita. Cigolavano alte sul tetto due ventaruole, tutte rugginose, con l’iscrizione C. d. R. 1777. Nella parte rustica, assai più bassa e più lunga, erano le stanze dei contadini, la stalla, i magazzini, il fienile. Una grossa muraglia, con un portone quasi sempre chiuso, separava il cortile dall’aia, i signori dai servi.
Dietro la casa era il giardino, che sebbene vago e assai grande, non aveva che far con un parco.
Tutti gli anni, quando la stagione si faceva propizia, il conte Annibale avvertiva la contessa Polissena che, a dì tanti del mese corrente, si sarebbe recato alla Florita: palazzina con vigna situata alla sinistra della strada di Moncalieri, non lontano da Cavoretto, in luogo appartato ed ameno.
La contessa distribuiva tosto gli ordini, e si disponeva a partire per Robelletta.
Il cavaliere Telemaco Mazel della Comba, informato di quanto avevano stabilito i due coniugi, deliberava subito di fare una visita ad un certo suo castellotto, posto tra Cavallerleone e Cavallermaggiore, e veniva ad offrire la sua compagnia alla dama, della quale era da anni sviscerato ammiratore ed amico.
La partenza e l’arrivo seguivano nel giorno prefisso, sempre nello stesso modo e colle stesse formalità.
Una bella mattina, a Robelletta, si vedevano giungere i barocci dei bagagli; più tardi, verso mezzogiorno, un gran veicolo pieno di servitù; infine nel pomeriggio, preceduta dal cavaliere Mazel, che si compiaceva di far da battistrada, la carrozza ampia e comoda dell’illustrissima signora contessa.
Il cavaliere, entrato in cortile, metteva piede a terra e, all’arrivo del legno, con un garbo tutto suo, offriva la destra alla nobil signora. Questa scendeva e volgendosi subito a sinistra, rispondeva con un cenno grazioso ai saluti ed alle riverenze dei contadini maschi e femmine affollati al portone. Sbucavano dietro di lei pianamente, don Nicolao Bonhomine, il prete di casa, e la signorina Teresa Virando, damigella di compagnia, rinfichisecchita dagli anni e dall’uniformità del servizio.
Intanto Mazel, baciata la bianca mano ingemmata che aveva tenuto fra le sue, dava un passo indietro e piegato il capo e la persona, mostrava poi, rialzandosi, un volto composto a certa commozione, qual di chi lascia, Dio sa per che tempo! una persona sommamente diletta. Inforcata quindi la sella, si allontanava curvo, dinoccolato, seguito dal fido cameriere Chambery, pur esso a cavallo.
L’assenza del buon gentiluomo non durava mai più di ventiquattro ore; il giorno dopo, sul far della sera, egli era di nuovo a Robelletta; occupava un elegante appartamentino al secondo piano, e non si moveva più che per riaccompagnare a Torino la signora del suo cuore.
Ma nel maggio del 1797 egli non ricevette l’annunzio della partenza con la consueta soddisfazione: il tempo non era fermo; le strade non erano sicure; poi lo seccava aver per compagno nel viaggio, e probabilmente anche nel soggiorno, Massimo Claris, giovane e bollente ufficiale, al quale il conte Claris padre, per certe sue ragioni e previa licenza dei superiori, credeva opportuno di far mutar aria. Il contino non gli rendeva l’ossequio ch’egli sentiva di meritare; la sua presenza, senza che sapesse spiegarsi il perchè, gli era sempre riuscita noiosa durante il quotidiano adempimento dei suoi doveri di perfetto servente. E poi insomma il cavaliere andava in sulla persona che pareva una maestà a mirarlo, ma sentiva di non esser più giovane e cominciava a non veder più di buon occhio tutti quelli che lo erano ancora.
Il tragitto da Robelletta al castello avito sembrò a Mazel più lungo e sopratutto più uggioso d’ogni altra volta. Sulla pianura si stendevano nuvoli bassi e densi, i quali comprimevano l’aria e la rendevano immota ed affannosa. L’aspetto della campagna, inondata dalle pioggie eccessive ed invasa dai bruchi, faceva presagire una nuova carestia, forse più aspra di quella del 95.
Alla vecchia stamberga lo aspettava un mare di noie e di guai. Il custode non avendo ricevuto l’annunzio del suo arrivo, non aveva nè ammannita la cena, nè data aria alle stanze: Mazel dovette contentarsi d’una frittatina di due uova e d’un po’ di formaggio, e dormire in una camera parata di un damasco stupendo, ma dove il tanfo di muffa e di racchiuso levava il respiro. La mattina seguente si destò un po’ rasserenato, ma si rannuvolò tosto vedendo che un fulmine aveva diroccata la metà del torrione, e che a voler tener su le mura, sgretolate dagli anni e dalle intemperie, erano necessarie pronte, importanti e costose riparazioni.
Anche nel podere annesso il disordine ed il trasandamento erano grandi; gli fu impossibile dar le sue istruzioni e sbrigarsi di tante faccende in un giorno, gliene abbisognarono tre. Si rimise in cammino nel pomeriggio del quarto, ma colto per istrada da due gagliarde scosse d’acqua che lo obbligarono a cercar rifugio prima sotto il portico d’una cappelletta, poi in un tugurio isolato, non potè essere a Robelletta che molto tardi, quando la contessa s’era già ritirata.
La disdetta raddoppiò in lui la bramosia di rivederla, cosicchè si alzò di buon’ora, come non s’era più alzato da anni, forse forse dalla mattina del suo famoso duello col vassallo di Pantaneto; uscì di camera profumato, incipriato, rinfronzolito, e discese adagio adagio le scale, perchè si sentiva le ossa gravi e fiaccate dallo strapazzo di quei fastidiosissimi giorni.
Un servitore finiva appunto di dar ordine alle stanze terrene: — Cospetto! era proprio presto! — Si fece alla soglia per considerare il tempo: — Finalmente, lodato Dio! il cielo era tutto sereno. — Si voltò, e, quando meno se lo aspettava si trovò fronte a fronte con Massimo.
— Oh! — esclamò questo — già alzato?
— Già — rispose Mazel — e tu dove vai?
— Fin lì sulla strada. Un momento fa, stando alla finestra, ho visto passare una veste chiara, una veste color di rosa... A quest’ora, capisce, e da queste parti, val ben la pena di vedere chi è?
— Qualche contadina vestita da festa...
— Che contadina! Una signora, son certo che è una signora. Vado e torno.
— Sì; e ricordati che è domenica... Sventato!
Il giovane non rispose, non l’udì forse nemmeno; era già in cortile. Il cavaliere attraversò la stanza d’ingresso, entrò nel salotto buono, e si adagiò sopra una poltrona.
Auf! quel Massimo, quanti dispiaceri non aveva già dato ai suoi genitori, e, per rimbalzo, anche al più intrinseco fra gli amici di casa. Prima avevano avuto a dolersi di lui perchè si accostava troppo al fare di certi scioperati che si gloriano d’essere audaci con le donne, intemperanti negli svaghi e nelle spese, presuntuosi, arroganti, malcreati, quasi che il grado di tenente o di capitano fosse un privilegio per insolentire con tutti e per tutto. Poi...
Qui il cavaliere sentì che esagerava; Massimo non era nè presuntuoso, nè arrogante; era una testa calda che operava sempre senza giudizio. La sua esaltazione di mente lo aveva tratto a sbagliar nel passato e poteva imbarcarlo in brutte faccende per l’avvenire.
Nel ’92, l’abbandono della Savoia e di Nizza al primo rompersi della guerra, senza un serio tentativo di difesa, aveva sollevato il malcontento di tutti. Il Re, colpiti più o meno severamente quelli che dovevano rispondere a lui delle proprie azioni, aveva creduto opportuno, per riguardi di disciplina, di punire, col privarli del grado, due giovani ufficiali, i quali avevano osato biasimare apertamente i loro capi: Borgarelli d’Isone e Massimo Claris. Tutti e due avevano poi fatta la seconda campagna come semplici soldati volontari, portandosi in modo da riaver subito quanto avevano perduto e meritare un avanzamento per giunta. Ma in casa Claris la memoria del castigo durava più viva che quella del compenso. Il conte Annibale, uomo d’inflessibile severità di principii, dava a divedere molto spesso che non aveva ancor compiutamente perdonato a suo figlio. La contessa viveva inquieta, temendo sempre qualche nuovo errore; tanto più che Massimo non mostrava affatto di volersi ravvedere; anzi veniva manifestando idee sempre più eteroclite e sempre meno pacate.
— Già — conchiuse tra sè il cavaliere, seccato da cotesti ricordi — questo benedetto ragazzo sarà sempre il nostro tormento. — Così pensando si alzò e girellò per le sale cercando come passare la noia. Sfogliò il Palmaverde e il Calendario per la Real Corte; tolse una statuina da un tavolincino, ov’era in pericolo, e la portò sul caminetto; odorò voluttuosamente, chiudendo gli occhi, un mazzolino al fresco in un bel vaso di Vinovo; e nell’atto, senza che egli sapesse il perchè, gli si ripresentò alla mente l’immagine di Massimo col suo leggiero soprabito color tanè chiaro, la sottoveste bianca, i calzoni di pelle e gli stivali con la rivolta, che tornavano così bene alla gamba ed al piede.
— Peccato — diss’egli tra sè — che sia un animale sì fatto, perchè poi è un bel giovane, e veste benissimo.
E qui, come per fare un confronto, andò a porsi davanti a una magnifica spera alla rococò, che posava inclinata sur una nobile console messa a oro. La pausa fu lunga e meditata. Mazel vi si mirava dalla testa ai ginocchi, poi indietreggiando compiva l’esame: il ventre cominciava a pronunciarsi un po’ troppo, ma c’era di che confortarsi considerando le gambe; quelle si potevano dir veramente tornite, sì che le calze finissime non vi facevano una grinza.
— Hum! — mormorò egli, tra’ denti — gambe di questa forma, nel secolo venturo, non se ne vedranno forse più.
Alla fin de’ conti egli non aveva che cinquantasei anni; poteva togliersene cinque grazie alla freschezza delle gote, alla bianchezza dei denti, e sopra tutto a certe sapienti manipolazioni del suo cameriere... Però Chambery non era più quello d’una volta; le sue mani non erano più ferme, e nel ravviargli i capelli, nello stringere col compasso le ciocche, spesso tirava troppo più l’una che l’altra, un affare serio...
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