Storieta
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E il matrimonio dopo le mal celate ironie andò a monte. C’è egli senso comune a mandare a monte un matrimonio di quella fatta per un errore di cronologia?

Una mattina di luglio a Posillipo dove i Roccamare solevano passare l’estate, il principe alzatosi da colazione chiamò Adriana e, baciatala sulla fronte, le porse un astuccio di velluto rosso.

— A te, Nuccia mia, eccoti il mio regalo.

Adriana aprì; l’astuccio conteneva due mirabili perle nere, due orecchini da regina. Buttò le braccia al collo del padre e gli rese il bacio con grande espansione d’affetto.

— Di’ la verità, tu credevi che io me ne fossi scordato? Mai. Diciotto luglio, tuo compleanno. Son date, Nuccia mia, che non si scordano. Nascesti proprio a quest’ora: mezzogiorno e un quarto. Mi par ieri. E sono nientemeno che venticinque anni! Eh! Nuccia mia, il tempo passa.... E bisognerebbe anzi che facessimo un discorso....

— Facciamolo pure — riprese gaia Adriana; e mostrando l’astuccio: — Se la conchiusione somiglia all’esordio....

— Eh! no, no, si tratta di un discorso serio. Stammi a sentire. Tu vedi, figliola mia, ch’io non dimentico nessuna delle nostre care solennità di famiglia, e voglio che oggi il tuo compleanno si festeggi in tutte le regole. Ma, Nuccia mia, bisogna anche pensare che è il ventiquattresimo che noi festeggiamo. Figurati, Adriana, che dolore sarà per me il giorno che te n’anderai.... Sono strappi.... Basta, voialtri figlioli non li imaginate neppure. Io vorrei che tu rimanessi con me tutta la vita, ma.... Eh! sicuro se tu fossi storpia o senza dote.... Ma con cotesto visetto.... Eh! è così... non c’è da abbassare gli occhi.... Non te lo dice mica un giovanotto, te lo dice tuo padre. E con mezzo milione di dote e le speranze....

— Babbo!

— Sì, va bene, non saranno le speranze tue, ma saranno quelle di tuo marito e de’ tuoi figlioli, se ne farai. Si sa; si deve morire, e una volta o l’altra toccherà anche a me... tardi, preghiamo Dio, più tardi che sia possibile.... Te lo ripeto, vorrei tu stessi sempre con me, ma tuo fratello ha trent’anni e bisogna che prenda moglie. Prima di tutto, lo sai, io son tutto affezione e non mi rassegnerei a chiuder gli occhi senza aver tenuto in collo dei nipotini; poi se tuo fratello non si ammoglia non smette di giocare, e se non smette di giocare io non smetto di avere ogni momento dei sopraccapi. Dunque, stammi a sentire. Sai il bene che ci vogliamo Guglielmo ed io; ma il mondo è mondo; chi vuoi che venga qui in casa...?

S’interruppe. Adriana, fissati gli occhi in quelli del padre, soggiunse:

— Una cognata è un impiccio.

— Ecco....

E poichè l’altra seguitava a guardarlo senza battere palpebra, il Principe riprese compunto:

— Figurati, te lo dico con le lacrime agli occhi perchè, in fondo, una nuora sta bene che è la moglie del proprio figliolo, ma non è sangue del nostro sangue.

— E... dunque? — domandò dopo pochi secondi di silenzio Adriana.

— Dunque, io non mi provo più a proporti nessuno perchè tanto è fiato sprecato. Ma desidero tu sappia che io qualunque sia la tua scelta l’approvo fin d’ora. Tu non puoi scegliere che un uomo per bene.... Eh! bambina mia, ci s’intende! Dillo a me. Credi che non lo vegga quanto valgano poco i giovani al giorno d’oggi? È una disperazione! Ma e d’altra parte? Quando non c’è di meglio? Lorsque l’on n’a ce que l’on aime, il faut aimer ce que l’on a — dice la vecchia canzone. — Ah! tu eri fatta per rimaner sempre vicina a me ed essere il bastone della mia vecchiaia. Ma!...

E postosi innanzi allo specchio si ravviò i capelli e sclamò con un sospiro:

— Non è allegra la vita!...

— Ma, babbo....

— No, no, non mi dir nulla, Adriana mia, non mi dir nulla. T’intendo a volo. Non facciamo discorsi dolorosi, per carità. Io ho compito il mio dovere; te l’ho detto: voialtri giovani non lo credete, ma pur troppo è così: la vita non è allegra. Bisogna farsi animo e con un po’ di coraggio ci si strascica come me, bene o male, fin verso la sessantina. Dunque siamo intesi, Nuccia mia; io approvo fin d’ora, approvo a occhi chiusi, approvo senza discussione.

Affacciatosi alla finestra, gridò: — Vicè, preparate la lancia — e se n’andò fischiettando un motivo dell’_Africana_.

II.

Adriana passò la più gran parte di quella sera nella terrazza prospiciente sul mare. Era una sera incantevole, la quale io non descriverò, perchè se anche fosse stata diversa e il vento di ponente avesse sconvolto i marosi e i fulmini guizzato di là dal Vesuvio, Adriana chiusa tutta in sè stessa non avrebbe sentito o pensato diversamente. Teneva volti gli occhi al cielo stellato senza guardare, senza vedere. Quando il marchese Gaudenzi, antico frequentatore della casa e che l’aveva giovanotto conosciuta bambina, le si accostò e con la confidenza che viene dalla consuetudine le domandò scherzevolmente:

— Che cosa cerca lassù?...

— Una ispirazione — rispose Adriana senza scotersi: poi, volgendosi a un tratto verso di lui: — E l’ho trovata.

— Tanto meglio. E... si può sapere?...

— Eccome!... L’ispirazione di cercare il suo aiuto.

— Per che fare?

— Per trovare marito.

— Pessima ispirazione. Se avessi di queste abilità me ne sarei servito io per trovar moglie, prima di arrivare a questi benedetti quarantacinque e sentirmi addosso un po’ grave il peso del celibato.

— Ah! un’altra ispirazione!... Lei è una brava persona.

— Eh! si fa il possibile....

— E io una buona figliola....

— Questo non lo mette in dubbio nessuno.

— Dunque?

— Dunque che cosa?

— Dunque mi pare che la seconda sia proprio un’ispirazione stupenda.

— Non capisco — soggiunse dopo una pausa breve il marchese.

— Oh! via, capisce benissimo. Lei si lamenta d’esser celibe, io devo maritarmi. Ragazza non si può rimanere, perchè Guglielmo gioca e una cognata è un impiccio....

— Come, come?

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