CAPITOLO CVI.
I Veneziani riprendono e difendono Padova; loro guerra nel Ferrarese e loro disfatta alla Polisella. Giulio II gli assolve dalla sentenza di scomunica. Campagna del principe d'Anhalt nello stato di Venezia e sue crudeltà.
1509 = 1510.
Tra le angustie in cui si trovò il senato di Venezia dopo la disfatta di Vailate, aveva presa la risoluzione di abbandonare tutti i possedimenti di terra ferma, d'aprire tutte le sue porte ai nemici, di richiamare tutte le guarnigioni, di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà, per ultimo di rinunciare tutto ad un tratto a ciò che per più secoli era stato l'oggetto della sua politica, e di ridursi egli medesimo in più basso stato che non avrebbe potuto farlo la contraria fortuna dopo molte e tutte infelici battaglie. Una così strana risoluzione veniva da molti risguardata come una singolare testimonianza della pusillanimità di così illustre senato, da altri come quella della sua profonda politica. Coloro che lo videro riconquistare in appresso con tanta difficoltà e col dispendio di tanto danaro e di tanto sangue, ciò che aveva abbandonato in un'ora sola, inclinavano ad accusarlo di vergognosa debolezza. Altri per lo contrario, i quali osservavano, che con tale abbandono, che aveva posto il colmo alla sua malvagia fortuna, la repubblica aveavi ancora posto un termine; e che dopo tale epoca aveva cominciato ad essere secondata da favorevoli circostanze, preferirono di credere che il senato avesse prevedute tali circostanze, ed anticipatamente calcolati tutti i vantaggi che poteva ottenere coll'atto romoroso, col quale si assoggettava alla sorte. La signoria, che aveva grandissimo interesse di far credere al popolo, che in verun tempo non si era mai allontanata da quella prudenza, su di cui fondava il suo miglior diritto al comando, si vantò in appresso d'avere colla sua abilità dissipata la burrasca; e tutti gli storici veneziani gli attribuirono in questa stessa occasione il merito della più profonda antiveggenza.
Conviene non pertanto riconoscere che tutte le circostanze di questo avvenimento annunziano un grandissimo e giustissimo terrore. Tutti i mezzi erano in un medesimo istante venuti meno: l'armata trovavasi totalmente disciolta; e le poche reclute che vi si conducevano con inauditi sagrificj non compensavano le giornaliere perdite che arrecava la diserzione. Il generale, conte di Pitigliano, non meno che il suo collega Bartolomeo d'Alviano, allora prigioniere, erano ambidue vassalli di Ferdinando il Cattolico. Vero è che prima della battaglia avevano ricusato di ubbidire all'ordine di abbandonare il servigio de' nemici del loro re[1], ma poteva temersi che non fossero inaccessibili a nuove profferte quando fosse loro tolta ogni ragionevole speranza di buon successo a più ostinata resistenza. Le città, spaventate dalla minaccia del saccheggio e dalla ferocia degli oltremontani, non si mostravano altrimenti apparecchiate a sostenere un assedio per conservarsi fedeli alla repubblica. All'avvicinarsi di una rivoluzione, si risvegliavano le loro antiche fazioni, ed i Guelfi ed i Ghibellini erano a vicenda lusingati dalla speranza di essere protetti dal vincitore. I gentiluomini veneziani, incaricati del comando delle piazze, vedevansi esposti ad inevitabile prigionia, che avrebbe ruinate le loro famiglie per le esorbitanti taglie che da loro esigeva il re di Francia. Tutto pareva perduto; ogni cosa disperata; ed è perciò probabile che la maggior parte de' senatori, scoraggiati da tanta sciagura, piegassero in faccia ad un turbine cui credevano di non poter resistere.
[1] Jo. Marianae de rebus Hispaniae, l. XXIX, c. XIX, p. 287.
Ma se per lo contrario i più abili politici tra i pregadi avevano calcolate le conseguenze della sommissione, i risultamenti non ingannarono la loro aspettazione. Più d'uno stato venne distrutto dal funesto errore dei popoli, che speravano di migliorare la loro sorte per l'invasione degli stranieri. Il peso de' mali presenti, l'illusione di un nuovo avvenire, persuasero spesse volte le città ad aprire le loro porte ai pretesi liberatori. La è cosa utilissima il non lasciar ignorare ai popoli che il nemico è sempre nemico. Se questo popolo non manca di virtù correggerà egli medesimo i vizj del proprio governo; ove ne manchi, li soffra pazientemente, riflettendo che non deve aspettare la riforma dal nemico. Tosto che questi avrà occupata la città, ed avrà in sua mano la provincia, non tarderà a far sentire quanto il suo giogo sia più duro e più vergognoso che non quello de' suoi compatriotti. In allora i traditori che lo avevano chiamato, e che si davano vanto d'un amore ipocrita per il popolo, perdono ogni credito presso i loro partigiani, e sono l'oggetto dell'orrore e del disprezzo de' loro concittadini. Di quanti vantaggi il senato veneto potè sperare dal subito abbandono di tutte le sue fortezze, fu questo il primo che raccolse. Non erano ancora passate sei settimane da che le truppe francesi e tedesche erano entrate nelle città veneziane, che i capi di parte, che le avevano chiamate, più non ardivano sostenere lo sguardo de' loro compatriotti.
Per lo contrario se i Veneziani avessero voluto ostinarsi in una inutile resistenza, il delitto d'avere chiamati i nemici, che non attribuivasi che a pochi individui, sarebbe stato quello di tutti gli abitanti. Da Bergamo fino a Padova tutte le città sarebbersi rendute colpevoli di ribellione per evitare gli orrori d'un assedio, e tutte sarebbersi in conseguenza trovate costrette dalla loro ribellione a difendere i nuovi possessori per sottrarsi alla vendetta degli antichi padroni. Sciogliendole tutte dal giuramento di fedeltà, il senato diede loro licenza di cedere alle circostanze senza rimorsi e senza timore dell'avvenire. Si scaricò egli stesso di tutta l'odiosità della guerra; ed oltre al non avere ancora loro chiesto verun doloroso sagrificio, cercava pure di salvarle nell'istante medesimo in cui da loro si separava; lasciando così sulle spalle de' nemici tutte le vessazioni inseparabili dagli assedj e dalle ostili conquiste.
Questa politica otteneva pure un utile risultamento sia presso le potenze nemiche che presso le neutrali. La coalizione di tutti contro un solo, quand'è offensiva, è sempre imprudente ed impolitica. Giugne tosto o tardi l'istante in cui ogni potenza sente il pericolo d'avere rovesciato l'equilibrio degli stati. Altronde ognuna, cominciando a dare esecuzione ai suoi progetti, vede sorgere imprevedute difficoltà ed ostacoli, e la divisione delle spoglie del debole diventa la prima cagione della divisione tra i forti. Finchè Venezia conservava una parte delle province destinate ad altri dal trattato di Cambrai, si andava dilazionando ogni discussione intorno alla nuova divisione, e la lega, intenta solamente a vincere rimaneva sempre unita. Ma evacuando le armate veneziane tutta la terra ferma, chiamarono gli alleati a dare immediata esecuzione al trattato di Cambrai, e permisero che si manifestassero tutte le gelosie ed i timori che quel trattato dovea produrre. Frattanto il senato avea il vantaggio di avere tra le lagune un sicuro asilo, ove la sede del governo, il tesoro, l'armata e la flotta potevano tenersi senza sospetto, aspettando che le vessazioni dei nemici dessero nuovi alleati alla buona causa.
Mentre Massimiliano, che nulla aveva fatto, nè attenuta veruna promessa, proponeva di spingere ancora più in là quei successi, cui egli non aveva contribuito, di prendere la stessa città di Venezia, di dividerla in quattro giurisdizioni, fabbricando in ognuna una fortezza, e dandone una in guardia ad ogni potenza alleata[2], Ferdinando il Cattolico, pago d'avere ricuperati i suoi porti di mare, cominciava di già a desiderare il ristabilimento della potenza veneziana; Lodovico XII, che aveva acquistato tutto quanto eragli assegnato dal trattato di Cambrai, e che non aspirava ad occupare altri paesi, aveva licenziata la sua formidabile armata, e ritornava in Francia; finalmente Giulio II si rimproverava di avere schiacciata la Custode delle porte d'Italia, e di avere introdotti i barbari in seno a così bel paese. Le potenze neutrali tremavano per la funesta preponderanza ottenuta dagli stati condividenti, e quelle stesse, che per debolezza e per timore avevano preso parte all'alleanza, facevano voti per vederla disciolta.
[2] Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XIX, p. 228. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 437.
Andrea Foscolo, ambasciatore della signoria a Costantinopoli, scrisse al senato che il sultano Bajazette II gli aveva manifestato il dolore con cui udì i disastri della repubblica, ed il suo rincrescimento che i Veneziani non fossero a lui ricorsi, quando si videro minacciati da così potente lega; aggiugneva d'essere apparecchiato ad assisterli con tutte le sue forze di terra e di mare, come buono e fedele alleato e vicino. Questa notizia giunse a Venezia quasi contemporaneamente alle prime lettere degli ambasciatori mandati a Roma, che davano parte dell'estremo orgoglio con cui erano stati ricevuti da Giulio II, e delle insultanti sue inchieste. Aveva domandato che la repubblica abbandonasse a Massimiliano tutti i suoi stati di terra ferma; che rinunciasse alla sovranità del golfo Adriatico, ed a tutte le sue immunità ecclesiastiche, ed umilmente confessasse d'avere peccato contro la santa sede. Lorenzo Loredano, figlio del doge, propose alla signoria di domandare immediatamente gli ajuti del sultano contro Giulio, certo meno papa che carnefice de' Cristiani; ma i più savj senatori, che conoscevano il carattere di Giulio II, pensarono che si dovesse qualche cosa condonare alla di lui alterigia ed impetuoso temperamento, e che quando non si rompessero con lui le negoziazioni, si ridurrebbe in breve ad abbracciare con calore gl'interessi di quella stessa repubblica ch'egli sembrava ancora perseguitare[3].
[3] P. Bembi Hist. Ven., l. VIII, p. 183.
Massimiliano tenevasi sempre ai confini dell'Italia, continuando a passare da un luogo ad un altro, senza che i suoi più favoriti cortigiani ne sapessero mai il motivo. Credeva con tale profondo segreto d'acquistarsi nome di grande politico, come colla incessante sua attività quello di sommo capitano. Intanto l'armata, ch'egli avrebbe dovuto ragunare, ancora non trovavasi in verun luogo, e le città che gli si erano volontariamente date non avevano guarnigione bastante per tempi di pace. Leonardo Trissino con trecento fanti tedeschi e Brunoro di Serego con cinquanta cavalieri occupavano Padova, sebbene questa città, vicinissima a Venezia, fosse una delle più esposte. I gentiluomini padovani avevano quasi tutti abbracciato il partito imperiale, ed eransi tra di loro divisi i palazzi ed i poderi che avevano i Veneziani nel loro territorio[4]. Avevano sperato, dichiarandosi per l'imperatore, che otterrebbero distinzioni alla sua corte, e che col di lui appoggio otterrebbero di stabilire il sistema feudale nelle belle pianure della Lombardia. Desideravano ardentemente di far rientrare i borghesi ed i contadini di Padova in quello stato di abbietta sommissione, in cui tenevano i loro vassalli e servi i gentiluomini dell'Austria e dell'Ungheria. I Tedeschi non avevano comandato in Padova che quarantadue giorni, e la nobiltà di quella terra aveva di già avuto il tempo di far sentire a tutti i loro compatriotti quella arroganza che andava crescendo in ragione che la patria era più umiliata; ma quanto più la nobiltà rendevasi ligia all'Austria, la repubblica poteva avere maggiore fiducia nell'attaccamento di tutti i contadini e di quasi tutti i borghesi[5].