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Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
by Cesare Cantù
Language: it1,033 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: History - European·History - Medieval/Middle Ages
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #69247.

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by Cesare Cantù
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Il volume è il settimo di una serie di quindici che traccia la storia dell’Italia, scritto da Cesare Cantù. L’opera si apre con una panoramica ampia della frammentazione politica dell’Italia medievale, descrivendo la divisione del territorio tra signori, comuni e potenze straniere, e la mancanza di un’identità nazionale. Il testo elenca in modo dettagliato le varie città‑stato, i feudi e le leghe, passando dal ruolo dei Longobardi ai domini normanni, passando per le lotte tra imperatori tedeschi e papi. Questa introduzione, densa di nomi e di riferimenti geografici, prepara il lettore a un’analisi approfondita delle dinamiche di potere che hanno caratterizzato la penisola prima dell’unificazione.
La scrittura di Cantù è tipica della storiografia del XIX secolo: un linguaggio ricco, a volte pomposo, ma sempre preciso, con frequenti riferimenti a fonti e a eventi specifici. Il tono è erudito ma accessibile a chi ha una buona conoscenza della storia medievale europea. Chi apprezza gli studi dettagliati, le descrizioni geografiche minuziose e l’interesse per le complesse relazioni tra nobili, comuni e autorità ecclesiastiche troverà questo volume particolarmente stimolante.
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CAPITOLO XCIV.
L’Italia dopo caduti gli Hohenstaufen. I Feudatarj. Torriani e Visconti.
Abbiamo dunque veduta l’Italia andare spartita a misura delle labarde vincitrici, fra’ capi de’ varj eserciti longobardi, franchi, tedeschi, normanni, in quella feudalità che all’accentramento soverchio delle società antiche surrogava un soverchio sminuzzamento, sicchè, mancata ogni idea di nazione o di Stato, quella soltanto sopraviveva d’un signore e d’una terra. A fianco di questa società, tutta di nobili possessori, viene alzandosene un’altra cittadina, di artigiani, di liberi uomini, di studiosi, e progredisce tanto da costituirsi in un Comune, che o si associa con quello dei nobili, o gli fa contrappeso. Ne rimaneva ancora escluso il basso popolo, e questo pure cominciò a sentire di sè; e quantunque non avesse importanza propria, l’acquistava coll’accostarsi ai nobili od ai Comuni, e così darvi prevalenza.
Di unità, di patria estesa non s’aveva concetto, e dire Italiani era poco diverso dal dire oggi Europei, non avendo nè origine nè ordinamenti comuni: le loro guerre erano funeste, non fratricide più che quelle del Francese contro il Tedesco: la libertà rimaneva un privilegio, giacchè se la città era de’ cittadini, l’Italia era dello straniero, e si direbbe che i nostri preferissero essere liberi con apparenze di servitù, che liberi di nome e servi di fatto.
Il titolo d’imperatore de’ Romani fece accettare la supremazia de’ re forestieri: ma questi, non paghi di quell’augusta sovranità sui tanti signori scomunati, nè del patronato sui Comuni reggentisi a popolo, aspirarono a un dominio diretto ed efficiente, quale negli ultimi Romani. Alla pretensione posero argine i Comuni, e le due Leghe Lombarde chiarirono come i deboli coll’unione possano resistere ai prepotenti. La prima riuscì ad assodare repubbliche; la seconda invece spianò il calle alle tirannidi. Dalla pace di Costanza si era ottenuta una libertà sparpagliata, varia da città a città; ora queste vanno raccogliendosi in grossi Stati, sovente sottomessi a un capo: da quella pace la sovranità imperiale restava consolidata a fianco della libertà; ora la si trasforma in tutt’altra guisa da quella che era stata concepita al tempo di Carlo Magno e nel grande concetto della repubblica cristiana.
Imperciocchè l’Impero altercando coi papi avea smarrita la sua impronta di santità; altercando coi popoli cessò di sembrar tutore della libertà de’ nuovi cittadini romani; ostinandosi nel conquistare l’Italia, non potè raccogliere la Germania in robusta unità, ma lasciolla ridursi ad un regno simile agli altri, ove da un lato i capi s’industriavano a render retaggio di famiglia una dignità che per essenza era elettiva e destinata ai migliori, dall’altro i principotti se ne disputavano i brani, in una dipendenza sempre scemante, in una confederazione sempre meno determinata. Discussa poi la dignità del capo durante il Grande Interregno, rivalse in ogni dove il diritto del pugno, e la guerra di tutti contro tutti ammaccò il glorioso scettro di Carlo Magno, e finì coll’assicurare a un migliajo di baroni la sovranità territoriale, cioè che ciascuno fosse indipendente con mero e misto imperio nel proprio possesso, per quanto angusto.
Ingelositi delle eroiche famiglie che aveano dato una serie di grandi imperatori, i Tedeschi andarono a cercarne uno nei cinquanta conti tra cui si era spartita l’Elvezia. Un Rodolfo, conte di Habsburg nell’Argovia, aveva menato in Italia una banda d’uomini di Uri, Schwitz e Unterwald, coi quali mettevasi a stipendio di chi bisognasse di braccia: servì Federico II (1240) all’assedio di Faenza, poi accettò soldo da’ Fiorentini: chiuso in Bologna, tolse a prestito alquante lire per tornare in patria, lasciando statichi dodici Tedeschi, studenti su quella università[1]. Scomunicato per aver arso un monastero di Basilea, ne fece ammenda, e trovando una volta un curato che, portando il santo viatico, dovea guadar un torrente, gli cedette la propria montura, nè più volle restituisse il cavallo che avea sostenuto il Signore del mondo. L’arcivescovo di Magonza viaggiando a Roma, si fece da lui scortare per le vie mal sicure: e quando si trattava di eleggere un imperatore (1273), si risovvenne di Rodolfo e lo propose: — È signore di poco Stato, perciò non potrà soperchiare; è vedovo e con molta figliolanza, perciò gli elettori potranno seco imparentarsi». Ebbe in fatto i voti; alla coronazione mancando lo scettro, egli impugnò una croce, e — Ben ne terrà vece questo segno che salvò il mondo».
Conosceva il suo tempo costui. Professandosi affatto tedesco, in altra lingua non volea parlare, nè in altra dettar le leggi; rattoppava egli stesso la propria casacca; mangiava rape nel campo; e tal fama godea di onestà, che lo chiamavano la legge vivente. Ben presto diede a conoscere di voler rispettata la corona. Vinto il suo competitore Ottocaro II re di Boemia, che avea occupato pure i paesi tra il Danubio e l’Italia, del ducato d’Austria a lui tolto investì il proprio figliuolo Alberto (1282), mettendo le basi alla grandezza di sua famiglia, alla quale trovò modo d’infeudar la Carintia, la marca dei Vendi e Pordenone, cioè una delle porte d’Italia.
Rodolfo non riceveva un’avita tradizione di risse e puntigli coi papi, nè, come gli Ottoni e i Federichi, smaniava per la civiltà romana risorgente in Italia; vedea di dover assicurare il primato in Germania, anzichè pericolosamente disputarlo in questa Italia, ch’egli paragonava alla caverna del leone infermo, dove la volpe vedeva tutte le pedate dirette in dentro, nessuna di ritorno. Non pensò dunque mai a venire per la corona, pago d’intitolarsi re dei Romani, e confermò ai papi quanto pretendeano (t. VI, p. 505), i quali così furono assodati nel temporale dominio, ed ebbero resa l’Italia indipendente dai Tedeschi, ponendovi anche un robusto contrappeso nella dominazione meridionale degli Angioini. Per sessant’anni i paesi della Lega Lombarda non sentirono calcagno d’imperatori, che, cessato d’essere conquistatori, e perdendo l’influenza esterna perchè in paese mancavano di quiete, negligevano il giardin dell’Impero, come Dante se ne lagnava[2]; nè fino ai miseri tempi di Carlo V non pensarono mai seriamente a far conquiste di qua dai monti. Rodolfo, poco geloso di diritti nominali in paese forestiero, vendeva privilegi e libertà a qualunque città avesse denaro da comperarli; a Lucca per dodicimila scudi; per metà tanti a Genova, Bologna, Firenze: bella opportunità di legalizzare e consolidare le libere costituzioni.
Queste erano nate, non dirò dal fondersi, ma dallo accostarsi degli elementi indigeni con quelli della conquista, e sviluppate col sottrarre la giurisdizione dai conti e dai vescovi, poi difenderla contro delle armi tedesche e delle indigene ambizioni. Costretti a trionfare d’un potere guerresco, por freno ad un’autorità illimitata, restringere le immunità del clero e i privilegi dei nobili, sbalzare antiche famiglie dai possessi o dai dominj, emancipare gli schiavi, costruire l’edifizio nuovo con rovine impastate di sangue, i Comuni doveano di necessità passare per le tempeste, che sgomentano le anime paurose, ma che offrono nobile spettacolo a chi nella storia ama vedere gli uomini in contingenze che agitano il loro spirito, esaltano le loro passioni.
Chi scorresse il bel paese, lo trovava diviso in una infinità di Comuni erettisi in repubblica, e frammezzati da signorie militari. Quasi guardiano, il conte di Savoja teneva i due pendii dell’alpi Cozie e Graje, al meridionale de’ quali si appoggiavano i marchesi di Saluzzo e del Monferrato. Piemonte si diceva propriamente il paese fra le Alpi, il Sangone e il Po, cui terra principale Pinerolo. Sulla sinistra del Po Torino, già suddita de’ proprj vescovi, che nel 1169 ebbero dal Barbarossa l’immunità pel circuito d’un miglio[3], era superata ancora per traffici e attività da Chieri, per potenza da Ivrea ed Asti[4]. Vercelli dominava la destra della Sesia[5]; tra il qual fiume, il Ticino e l’Alpi che chinano al lago Maggiore prosperava il Novarese.
Nelle pingui pianure fra il Ticino, l’Adda e il lago Maggiore, Milano primeggiava tra altre città minori eppure indipendenti, quali Como che dominava la maggior parte del suo lago e di quel di Lugano, e addentrava nelle valli di Chiavenna fino alla Spluga, della Leventina fin al Sangotardo, della Valtellina fin allo Stelvio; Lodi, rinnovatasi in riva all’Adda inferiore; Crema sul basso Serio; Pavia che dal Ticino si allargava oltre il Po, fra i dominj di Vercelli, Novara, Tortona e il Monferrato; Bergamo, donna delle romantiche valli da cui colano l’Imagna, l’Oglio, il Serio, il Brembo; Brescia, estesa dall’Oglio fin ad Asola e al lago di Garda, in pericoloso contatto colla ghibellina Cremona, che estendevasi da Cassano a Guastalla, da Mozzànica a Bòzzolo, sull’isola Fulcheria, sullo Stato Pelavicino fra Parma e Piacenza, possedendo trecento ville e parrocchie.
Di là del Po, Alessandria, al confluente della Bormida e del Tànaro, rammentava sempre le proprie origini; sulla Scrivia fioriva Tortona; sulle due rive del Mincio e del Po da Asola fin alla Mirandola sanavasi per via di argini e di colmate il territorio di Mantova, allora più bella che forte. Verona fu sempre tenuta in gran conto dai dominatori forestieri, perchè signoriando dal territorio di Roveredo fin nel Polesine di Rovigo, schiudeva i passi dalle gole Trentine fino alla pianura circumpadana. Allo sbocco delle valli Alpine e tra l’Adige, il Piave, il Tagliamento[6] cresceano Bassano, Treviso, Vicenza, Padova: a Udine il patriarca, signore del Friuli e dell’Istria, colla sua potenza, non seconda che al papa, aveva impedito si formassero i Comuni, stabilendo invece una feudalità ecclesiastica con parlamento, cioè riunendo le forze sociali che altrove restavano spicciolate.
L’antica Gallia Cispadana, fra il Po, gli Appennini, la Trebbia e il Reno, era divisa tra Piacenza sulla Trebbia, Parma, Reggio, Modena che si spingeva fin presso al piccol Reno. A Ferrara si aggregava gran parte de’ paesi abbracciati dai varj rami pei quali il gran fiume pigramente scende all’Adriatico. Tante città, e l’una accosto all’altra! eppure all’aura della legale e consentita libertà seppero compiere imprese, cui appena basterebbero estesi principati.
Dappertutto, ma singolarmente ne’ territorj montuosi, eransi conservati o sorti castellani, signori assoluti ciascuno nella propria terra, e amici, nemici, alleati fra loro o colle città vicine come con Stati indipendenti. A piè dell’alpi Cozie prepoteano i Saluzzo, i Masino, i Balbo in mezzo alle repubbliche d’Asti e di Chieri, e una serie di castellotti annidava i signori della val d’Aosta. Nelle Retiche, a Trento sedeva un duca longobardo, che dominava a settentrione fin a Mezzolombardo, segnando il confine germanico Mezzotedesco che gli sta a fronte; a mezzogiorno abbracciava la val Lagarina, ma val Sugana restava annessa al distretto di Feltre. Sotto i Carolingi or formò contado distinto, or parve unito a Verona: ma gl’imperatori alemanni procurarono toglierlo all’Italia, investendone i vescovi, e unendone così le sorti a quelle di Bolzano, sede d’un graf tedesco. I vescovi ebbero dipendenti ma spesso contumaci i conti del castello Tirolo, che poi diede nome a tutto il paese: e dopo che Federico II mandò a tiranneggiar Trento il podestà Lazzaro da Lucca e l’odiato Rodegerio da Tito, il vescovo Engone sollevò le giudicarie, e lunga guerra ne seguì tra i guelfi di Lizzana, Madruzzo, Vigolo, Brenta, e i ghibellini d’Arco, Pergine, Campo, Levico: Trento era sbranata fra i partiti, e ne ingrandirono i conti di Tirolo, imparentati cogli Svevi e cogli Absburghesi, i quali infine ne divennero signori[7].
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