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Libro Decimoterzo

CAPITOLO CXL.

Secolo di Leon X. Belle arti.

La vitalità de’ tempi repubblicani sopravvivea, portando all’attività e alla creazione; mentre dai modelli classici, che allora o si discoprivano, o meglio fissavano l’attenzione, imparavansi eleganza e correttezza. Da questo felice temperamento trae carattere il secolo di Leon X; secolo di tante miserie per l’Italia, eppure di bocca in bocca qualificato come d’oro, come un meriggio, sottentrato alle tenebre del medioevo: ma l’altezza a cui si spinsero le arti del disegno e quelle della parola, anzichè creazione de’ Medici, fu effetto dell’antica vigoria, che agitava l’Italia anche sul punto di perire.

Il bisogno di contemplare e imitar la bellezza visibile siccome scala alla suprema e immutabile, e di farla specchio alla coscienza meditatrice, alimentò sempre le arti fra noi: tanto che, ridotte quasi una parte della liturgia, si prefiggevano certi tipi e forme rituali, volendo esprimere piuttosto la visione dello spirito che la corretta imitazione della natura, raggiungere l’evidenza efficace dell’emblema piuttosto che la squisitezza della forma; piuttosto ispirare devozione e raccoglimento, che destare vaghezza e meraviglia; atti di fede insomma, meglio che prove d’abilità. All’ispirazione accoppiasi poi lo studio; dalle immobili rappresentazioni bisantine si passa alle libere e variate d’un’arte indipendente, la quale infine prevalse fin a proporsi anzitutto la plastica squisita, lasciva però di sembianze, scarsa d’affetto; traducendo la realtà della fisica, non interpretando i misteri della morale natura. Infine si torna a tipi convenzionali, non desunti dalla liturgia, ma da un maestro; e l’imitazione vaga o servile scostasi dal vero e dal bello, mentisce alla natura, mentre lascia perire ogni tradizione.

L’arte che il medioevo esercitò insignemente è l’architettura, mantenendole il predominio sopra le altre. L’ordine gotico, nato a piè degli altari, era giganteggiato in erigere chiese e conventi, sede e simboli della podestà preponderante allora; e il duomo di Milano, la Certosa di Pavia, San Petronio di Bologna ne sono tardi e insigni monumenti. Ma oggimai la civiltà e ricchezza de’ laici aumentate domandavano edifizj, che non potevano improntarsi di quel carattere jeratico; e come le lettere rifaceano i classici, così nelle costruzioni cominciò quel ritorno verso l’antico, che s’intitola risorgimento. Se la originale inventiva si fosse attemperata ai modelli antichi per ragionare meglio l’insieme, proporzionare le parti, ingentilire gli ornamenti, poteva uscirne un’arte cristiana e nazionale. E di fatto que’ nostri che primi si conformarono ai modelli dell’antichità, non rassegnaronsi alla servile imitazione; ma appurando la parte ornamentale, sbizzarrirono in modiglioni, candelabri, gemme e marmi colorati, ed animali e fiorami finissimi, intrecciati a fantastiche capresterie, dette grotteschi e arabeschi. Tali occorrono spesso a Venezia, tali ne’ Miracoli di Brescia, nel mausoleo Coleoni a Bergamo, sulle cattedrali di Como e di Lugano, nella Certosa di Pavia: e fregi a porte, a pulpiti e pilastri, e candelabri in luogo di colonne, e finestre a somiglianza di compiuti edifizj sono finiti col fiato, anche se in posizione meno visibile; sempre di gusto squisito, anche quando d’artefici innominati: l’eleganza delle impronte rileva l’umiltà della terra cotta, della quale si compiacquero i quattrocentisti, e che resistendo al tempo meglio che la pietra, unisce alle variate forme quell’apparenza policromatica, che solo gli accademici sentenziarono di barbarie[1].

Dell’architettura romana, la quale attestava la maestà del gran popolo più originalmente che nol facesse la letteratura, non crederà che avessimo smarrite le tradizioni chi abbia posto mente alle costruzioni gotiche: pure al fiorentino Filippo Brunelleschi (-1444) assegnano il merito d’aver ricondotta quell’arte dall’immaginazione all’intelligenza, migliorata col volgere de’ secoli. Di Roma non istudiò soltanto gli avanzi classici, per rinnovare i calcoli delle forze, de’ materiali, delle spinte, e trarne esatto concetto de’ metodi di costruire, e di quel punto ove confinano l’ardimento e la temerità; ma meditò pure sui monumenti cristiani, e cercò la divina melodia del ritmo visibile.

L’appello fatto dai Fiorentini agli architetti d’ogni paese per voltare la cupola sopra Santa Maria del Fiore, lasciata scoperta da Arnulfo, fece sottigliare gl’ingegni; e che bizzarri spedienti non furono suggeriti! Uno diceva di ergere in mezzo un pilastro, cui attaccare le volte a maniera di padiglione; uno di empiere la chiesa di terra, con monete per entro, affinchè l’avidità di trovare queste inducesse a sgombrarla dopo cessatone il bisogno; e tali altri armeggiamenti, che, forse abbindolati dai cortigiani de’ Medici, furono raccolti dal Vasari. Vero è che nessuna cupola fin allora avea coperto un ottagono del diametro di quarantatre metri. Nelle antiche del Panteon, della Minerva Medica, delle terme imperiali, della villa Adriana, la calotta posa immediata sopra i muri di sostegno, senza pennacchi. La cupola di San Marco a Venezia misurava il diametro di quattordici metri, di diciotto quella di Siena, minore la pisana; tutte poi erano circolari, elevate sovra pendenze, che ripartivano il loro peso sui punti d’appoggio, disposti secondo il quadrato circoscritto al circolo della base. I concorrenti conosceano le forme, gli effetti, il pittoresco dell’architettura, non i mezzi scientifici di costruzione, ed ajutavansi con rinfranchi esterni; mentre il Brunelleschi ideò una mole che si reggesse da sè, e invece di rinunziare all’arco acuto, conquista del medioevo, comprese come la spinta in su venga corretta dalla sovrapposta lanterna, e da quella massa di marmo ne derivi la solidità. Vinte l’invidia oculata e la miope diffidenza, s’accinse attentissimo all’opera[2]; sopra gli archi d’Arnolfo elevò un tamburo alto otto metri, e con aperture circolari, sicchè la volta insistesse sopra i sostegni con doppio sistema d’arcate; una calotta esteriore incatenavasi all’interna con una robustezza qual non raggiunsero altre, benchè minori. Dal calcolo scientifico doveva scaturire la forma artistica e quel grandeggiare maestoso, che sembrava privilegio delle guglie gotiche; e ancora la casa di Dio sovrastette alle abitazioni degli uomini, e costituì la fisionomia della città.

È del Brunelleschi anche Santo Spirito, la più bella chiesa di Firenze, ideata sulle basiliche antiche: in San Lorenzo, già avviato su piano timido, piegò il contorno delle cappelle fin a terra, gotico avvedimento, dissonante dal resto. Le costruzioni appropria alla destinazione senza arroganza, con più severità che grazia, più armonia nell’insieme che nei particolari. Cosmo de’ Medici, che, colla spesa di centomila scudi romani, gli aveva già commesso la badia a Fiesole, il richiese di un palazzo; ma trovò il disegno troppo magnifico per un privato qual egli voleva parere. Non se ne fecero riguardo i Pitti, e sul suo modello fabbricarono quel che oggi ancora stordisce per una forza come di costruzioni ciclopiche, con bugne non interrotte per centottanta metri, senza studio di gentilezza e varietà.

Cosmo preferì il disegno di Michelozzo (palazzo Riccardi), il quale accoppiò il lusso alla solidità, conservando le bugne ma variando il prospetto esteriore, e nell’interno distribuendo con opportuna magnificenza gli appartamenti; ed oltre il palazzo Cafagi a Mugello, uno a Fiesole, quel de’ Tornabuoni a Firenze, e la villa di Careggi, disegnò un ospedale per Costantinopoli, un acquedotto per Assisi, la cittadella di Perugia, la biblioteca di San Giorgio a Venezia, a Milano una porta in via dei Bossi, tutti per Cosmo, di cui pure fece la tomba ne’ Serviti.

Leon Battista Alberti fiorentino (n. 1401), bello, robustissimo, destro a giuochi, a cavalcate, alla musica, versatissimo nel diritto civile e canonico, autore del Philodoxeos, commedia che fu creduta antica, dettò libri latini e italiani sul dipingere; dei ritratti reputava merito primo la somiglianza, onde ne cercava il giudizio a’ bambini. Avendo l’accorgimento d’imparare dagli ignoranti, travestito girava le botteghe, informandosi dell’arti e involandone i segreti per migliorarle. Fece una cassa, in cui guardando per breve pertugio vedeansi monti e piani e notturni aspetti di costellazioni; cioè la camera ottica, che suole attribuirsi a Giambattista Porta. Elaborò Vitruvio, malconcio dal tempo e dai copisti; e conoscendo che il migliore commento n’erano gli antichi edifizj, andò ad osservarli, disegnarli, misurarli per tutta Italia, viaggiando con Lorenzo Medici, Bernardo Rucellaj, Donato Acciajuoli; e riscontrate le teoriche dell’arte, ne scrisse pel primo (De re ædificatoria, 1485).

Era però rimasto inedito un trattato di Averulino Filarete fiorentino verso il 1450; il quale nel divisare una città non perde mai di vista il concetto simbolico, e il Nisi dominus ædificaverit civitatem. Fa la chiesa in forma di croce con cupola e decorazioni a modo del San Marco, e vuole che, come l’uomo, sia bella, utile, perpetua. La casa del principe resti inferiore, ma più ricca di pitture religiose, simboliche, allegoriche, storiche, sicchè egli ritragga continue istruzioni sui proprj doveri verso Dio, verso i popoli, verso se stesso: v’avrà un portico per la storia sacra, uno per la profana, e tutto dai migliori pennelli. Vicino staran le memorie degli eroi cristiani, cioè le chiese de’ santi Francesco, Domenico, Agostino, Benedetto, e una casa di Carmelitani, una di Clarisse. Vengono poi gli ospizj in forma di croce; la casa d’un patrizio, quadrata con una torre a ciascun angolo; e circo, e porta, e anfiteatro, e ponte, e una carcere dove tenere i condannati, invece di farli morire; e un ginnasio per la gioventù, che principalmente venga avvezzata alla preghiera, al digiuno, ai sacramenti. Le fanciulle s’insegnino a cucire, filare, tessere, ricamare. La città, oltre le fortificazioni, avrà sentinelle avanzate che la custodiscano coll’arma migliore, la preghiera; cioè santi eremiti.

Tali concetti mistici cedevano all’arte più materiale; e l’Alberti, occupati i primi libri intorno al terreno, alle misure, ai materiali, agli operaj, ai modi di costruzione, alle cerimonie degli antichi, nel quinto dà norme pei castelli dei cattivi e i palazzi de’ buoni principi, per tempj, accademie, scuole, spedali e gli altri edifizj civili e militari, campagnuoli. Empiono il sesto la storia dell’arte, e la scienza delle macchine; il settimo gli ornamenti architettonici, in particolare per le chiese. Nell’ottavo son notevoli le sue idee religiose e morali intorno alle tombe; nel qual libro e nel nono informa delle vie, de’ sepolcri, delle piramidi e d’altri pubblici edifizj, e sul decorare i palazzi. L’ultimo s’aggira sulle acque: ed a lui crediam dovuto l’ingegno delle chiuse o conche, non a Leonardo da Vinci, nè a Dionigi e Pierdomenico Orologieri di Viterbo, poichè esso le descrive quali appunto oggi le usiamo, e non come trovato nuovo[3].

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