Sei capi ambiziosi e capaci aveano, fra le traversie, condotta in grande stato la famiglia Visconti. Morto (1354) l’arcivescovo Giovanni, perfido e astuto ma valoroso e liberale quanto serve a palliare l’ingiustizia, il consiglio generale di Milano e delle altre città fecero omaggio ai nipoti di lui Bernabò e Galeazzo (tom. VII, p. 561), che spartironsi il dominio, serbando indivisa Milano, ove fabbricarono uno la rôcca di porta Zobia, l’altro quella a porta Romana e alla Casa dei Cani.
Già vedemmo come Bernabò resistesse all’Albornoz e alla lega guelfa. Le bande soldate da questa e massime le inglesi, spintesi (1362) fino a Magenta, Corbetta, Nerviano, Vituone, dilapidarono ogni cosa, e rapirono seicento nobili che soleano abitarvi, nè li rilasciarono che a grossi riscatti; ma in fine a Casorate rimasero sanguinosamente sconfitte.
Poco poi, Bernabò venne ancora in rotta con papa Urbano V, il quale bandì contro di lui la crociata, a cui concorsero l’imperatore Carlo IV, il re d’Ungheria, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, i principi d’Este, i Gonzaga, i Carrara, i Malatesti, e Perugini e Sanesi, confederati nella lega di Viterbo (1367). Ma Bernabò sapea che coteste crociate, unite solo dal sentimento, basta tirare in lungo, e si scomporranno da sè. In fatto a denari comprò l’inazione di Carlo IV (1368), allora calato nuovamente in Italia con cinquantamila uomini; a contanti fece passare dai nemici a sè la Compagnia Bianca, sommosse le città papaline (1369 febb.), e potè conchiudere buona pace, avendo però nella guerra consumato tre milioni di zecchini.
L’accorta politica e gli estesi concetti di Bernabò erano deturpati dall’ignobilità del suo carattere, da quel brutale egoismo, su cui nè amicizia nè fedeltà nè riconoscenza valevano, e che nè tampoco degnavasi palliare le beffarde violenze. Cominciò, come devono i tiranni, dall’assicurarsi contro i proprj sudditi con fortalizj, e sempre generoso mostrossi ai soldati. Mal arrivato chi nella trascorsa guerra fosse apparso propenso ai nemici! i processi finivano con supplizj atrocissimi. Proibì d’uscir la notte, qual che ne fosse la cagione, sotto pena di perdere un piede; tagliata la lingua a chi proferisse le parole di guelfo o ghibellino; uno nega pagar due capponi comprati da una trecca, ed egli lo fa impiccare. Passionato della caccia, fin cinquemila cani manteneva, ed allogavali presso i cittadini da nutrire: ogni quindici giorni appositi uffiziali visitavanli, e se li trovassero dimagrati imponeano una multa, una multa se pingui, la confisca dei beni se morti. Chi poi ne tenesse uno, o uccidesse lepre o cinghiale, era mutilato, appiccato, talora costretto a mangiarsi il selvatico bell’e crudo. Bernabò si sognava che un tale gli facesse male? imbattevasi in alcuno ne’ solitarj suoi passeggi? bastava per torgli la vita o un occhio o la mano, od almeno confiscarne gli averi. Due suoi segretarj fece chiudere in gabbia con un cinghiale. Un giovane che avea tirato la barba a un sergente, fu condannato di lieve multa; ma Bernabò gli fece tagliar la destra: e perchè il podestà indugiò finchè i parenti venissero a implorar grazia, Bernabò volle fosser mozze ambe le mani al giovane ed una al podestà. Obbligò un altro podestà a strappar la lingua a un condannato, poi bere il veleno; talora costringeva il primo venuto a far da boja; e pretesto gli era sempre la lesa maestà, suggello d’ogni accusa nelle tirannie.
Agli atti di prepotenza v’ha sempre una ciurma che applaudisce, giudicandoli segno di forza, e alla forza si suol fare di cappello. Alcuni ambasciadori di principi rimandò vestiti di bianco a guisa di mentecatti, coll’obbligo di presentarsi in quell’arnese ai loro padroni, tra le risate de’ paesi che attraversavano. Quando vennero a lui in Melegnano i nunzj pontifizj a recargli la scomunica, Bernabò li condusse sopra il ponte del Lambro, e quivi intimò mangiassero le bolle della scomunica, se non volessero bever quell’acqua; e vi si dovettero rassegnare. Inviperendo viepiù contro gli ecclesiastici, fa accecare, mutilare chi non l’ubbidisce: udito che un piovano esigeva di troppo per le esequie d’un morto, lo fa sotterrare col morto stesso: un altro bandisce la crociata del pontefice contro il capitano di Forlì, e Bernabò il fa mettere in un tamburo di ferro ed arrostire al fuoco. Due frati gli si presentano per rimproverarlo di tali inumanità, ed esso li fa bruciar vivi: anche monache fece ardere, e con esse il vicario generale che ricusò degradarle. Chiamato a sè l’arcivescovo che ricusava ordinare un monaco, se lo fece inginocchiare davanti, e gli abbajò: — Non sai, poltrone, che io sono papa, imperatore e signore in tutte le mie terre? e che Dio stesso non potrebbe farvi cosa ch’io non volessi?»
Eppure mostravasi devoto, digiunava, istituì chiese, monasteri, benefizj. Rifabbricò il castello di Trezzo con ardito ponte sull’Adda a tre anditi a diversa altezza, una rôcca in Brescia, altre a Desio, a Pandino, a Cusago; una villa a Melegnano, a Milano il palazzo a San Giovanni in Conca, mentre Galeazzo rifaceva quello in piazza del duomo, con una spazzata per le giostre. Beatrice Regina della Scala, moglie di Bernabò, affettava una burbanza principesca; i decreti che essa mandava alle valli bresciane e camoniche fan credere che quei paesi fossero a lei assegnati per dote; in Brescia aveva un fondaco di ferrareccia; munì Salò di mura turrite; aprì un canale per irrigare la Calciana allora spopolata, e che erale stata data dal marito per sicurezza dei cencinquantamila fiorini d’oro portatigli in dote, come le diede poi Urago d’Oglio, Gazzólo, Roccafranca, Floriano e altri paesi[1]. A lei principi e signori dirigevano i reclami e le petizioni: ed essa, non che mitigare il marito, com’è uffizio di donna, lo esacerbava: ma non potè reprimerne la lubricità. Trentadue figliuoli ebb’egli tra legittimi e no; e il marchese d’Este, levandone uno al battesimo, gli regalò un vaso d’argento, entrovi una coppa d’oro piena di perle, anelli, pietre preziose, del valore di diecimila zecchini[2]. Le sue figliuole collocò nelle case regnanti di Norimberga, d’Ingolstadt, d’Austria, di Baviera, di Würtemberg, di Turingia, di Sassonia, di Kent, di Mantova, una al re di Cipro con centomila fiorini, un’altra a Giovanni Acuto ed una a Lucio Lando: a ciascuno de’ cinque maschi legittimi aveva già assegnato il governo del distretto di cui gli destinava la sovranità; ma l’uomo tesse, e Dio ordisce.
Altrettanto e peggio operava Galeazzo II a Pavia. Più freddamente spietato, inventò la quaresima, per cui a’ suoi nemici faceva levare oggi un occhio, domani riposo; poi l’altr’occhio, indi riposo; poi una mano e l’altra, un e l’altro piede, e via per quaranta giorni alternando i tormenti col riposo, che preparasse a meglio sentirli. Fabbricava molto, talvolta insignemente, come furono il ponte sul Ticino e il castello di Pavia con una torre a ciascun angolo, e nell’interno un ampio cortile a portici, e un oriuolo che, oltre battere le ore, segnava il moto de’ pianeti. Nè meno suntuoso riuscì il castello di Milano. Poi disfaceva a capriccio: e i fondi, il legname, la calce prendeva dove fossero senza pagare; per ampliare un parco di venticinque miglia di giro usurpò fondi privati, tra cui quelli d’un Bertolino da Sisti, il quale affrontandolo gli chiese: — Di che darò a mangiare a’ miei figliuoli?» e il brutale rispose: — Che? non ti basta il gusto del farli?» Onde quello gli tirò una coltellata, e fallito il colpo, fu preso e fatto strappare da cavalli. Non pagava le cariche, poi guaj se erano male esercitate: sessanta impiegati a un tratto condannò alla forca, poi supplicato li graziò, ma chiuse in prigione il suo cancelliere ch’erasi mostrato sollecito nello spedir quella grazia. Insieme digiunava una terza parte dell’anno, distribuiva duemila cinquecentotrentun zecchini all’anno in limosine, ducentodieci moggia di grano, dodici carra di vino[3], e tenea dieci cappelle. Poi favorì i letterati, fondò l’Università di Pavia chiamandovi professori rinomati; blandì il Petrarca; e gli encomj di questo, ripetuti per classica ammirazione, impedivano ai lontani di udire i gemiti dei popoli[4].
Tanto si osava mentre ancora sussistevano i nomi e le forme repubblicane; anzi direi per queste, giacchè il tiranno trovandosi violatore di esse, operava senza ritegno; l’appoggio che dalla costituzione eragli negato, chiedea dalla forza; forza non di cittadini, ma mercenaria, ed alleandosi con altri principi e coll’imperatore. I papi contrastavano sempre, tratto tratto qualche città si sollevava, un nuovo nemico sorgeva ogni dì: ma i Visconti dal pingue paese smungeano denaro, denaro traevano dagl’immensi possessi confiscati, col denaro compravano bande, e colle bande vincevano e tiranneggiavano.
Gian Galeazzo figliuolo di Galeazzo, altrettanto ambizioso e più dissimulatore, comprò dall’imperatore Venceslao il titolo di vicario imperiale di Lombardia. Pagando a Giovanni II re di Francia trecentomila zecchini, di cui avea bisogno per riscattarsi dal re d’Inghilterra, n’ottenne la mano della figlia Isabella e la contea di Virtù in Sciampagna. In seconde nozze sposò Caterina figlia di Bernabò, il quale così credeva esserselo indissolubilmente legato, e lo canzonava di quel non curarsi di grandezze umane e della sua santocchieria. Fedele a questa, una volta Gian Galeazzo s’avviò in pellegrinaggio solenne al sacro monte di Varese, menando seco la Corte; e poichè passava rasente a Milano, pregò lo zio volesse venire a salutarlo fuor della porta. Lo zio v’andò (1385); ma appena l’ebbe abbracciato, il nipote diè il segno a’ suoi seguaci, che, tirate l’armi di sotto le pie tuniche, presero Bernabò col suo seguito, e buttatolo in castello, e fattogli un ridicolo processo, non per le atrocità sue, ma per stregherie e per avere con incantesimi reso sterile il matrimonio del nipote, lo sepellirono nel castello di Trezzo a morire di rabbia se non fu di veleno. Milano rise della volpe presa al laccio, ed acclamò Gian Galeazzo, che riunì tutto il dominio visconteo, e trovò nel tesoro settecentomila fiorini d’oro contanti e sette carri d’argento in verghe e vasellame.
Gian Galeazzo non avventurava mai nè la persona propria nè l’esercito a battaglia decisiva, ma lo chiudeva entro fortezze, lasciando la campagna esposta; sapeva poi destreggiare di politica, annodare e scompor leghe, essere perfido e bugiardo opportunamente, e scegliere i migliori stromenti alle sue ambizioni. Le finanze, per buona amministrazione fiorenti, davangli mezzo di comperarsi partigiani nelle altre repubbliche, e bande mercenarie, e grosse parentele, e così far dei paesi come gli talentasse; nè dopo Federico II v’era stato principe più temuto dagl’Italiani, e più minaccevole all’altrui indipendenza. Stanco dell’obbrobrio delle bande di ventura, strinse lega coi Gonzaga, i Carraresi e gli Estensi per isbrattarne il paese, e Bartolomeo di Sanseverino fu spedito contro di loro con una bandiera inscritta Pax; lega di effimera durata, che presto fece luogo a rivalità ed ambizioni tra questi signorotti.