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Il volume “Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15)” di Cesare Cantù è un’opera di storia nazionale che, fin dal primo capitolo, si apre con una panoramica sulla formazione culturale di Roma, dalla sua difensiva primordiale fino all’assimilazione della civiltà greca. L’autore ricostruisce, con ricchi riferimenti a fonti classiche, il passaggio da riti militari a forme artistiche – canzoni, danze, recite saturnine e fescennini – e descrive l’evoluzione del teatro romano, dalla semplice imitazione etrusca alle comiche di Plauto e Terenzio. Il discorso si dipana tra citazioni di Livio, Orazio e altri storici, evidenziando come la cultura greca abbia influenzato la letteratura, la musica e le istituzioni teatrali dell’antica Italia, segnando il confine tra tradizione locale e modello ellenico.

Lo stile di Cantù è tipicamente ottocentesco: un linguaggio denso, ricco di parentesi e note a piè di pagina, che combina erudizione accademica a una narrazione quasi discorsiva. La prosa, seppur a tratti complessa, mantiene un ritmo avvincente grazie alla varietà di esempi e aneddoti. Questo volume è indicato a chi ha interesse per la storia culturale dell’Italia antica, per gli appassionati di teatro classico e per gli studiosi che desiderano approfondire le radici greche della civiltà romana, senza timore di affrontare un testo articolato e ben documentato.

The opening · free to read

Ne' primordj, Roma s'occupò a difendersi e trionfare, non ad ingentilire gl'intelletti. Sol quando penetrò nella Grecia italica, poi nella Grecia propria, conobbe una coltura più raffinata, e la introdusse coi prigionieri e coi vinti, i quali allogaronsi come maestri o clienti nelle principali famiglie; e tal ne prese vaghezza che dimenticò i modi nazionali per tenersi affatto sulle orme greche. Quand'anche non fosse natura degl'Italiani, sappiamo per iscritto che il popolo nostro dilettavasi grandemente di canzoni nelle varie fasi della vita; specialmente alle vendemmie, e quando la riposta messe lusingava terminate le fatiche, e alle solennità della rustica Pale i prischi agricoli, forti e contenti di poco, coi figli, colla fedele consorte e coi compagni di lavoro esilaravano l'anima e il corpo nel suono e nel ballo[1]; e la gioja bacchica esultava in canti e gesticolazioni, e forse anche dialoghi, di versi regolati dall'orecchio e misurati dalla battuta del piede.

Questa fu per gran pezzo l'unica drammatica, ben lontana dalla artistica che pur già grandeggiava in Sicilia, e che richiede un'azione, un intreccio, e caratteri e affetti. Abbiamo notizia di recite che si facevano in siffatti versi, chiamati saturnini dal favoloso Saturno, o fescennini da Fescennia, città dove molto erano usati alle Sature, mescolanza di musica, recita e danza. Inconditi e mal composti, smentiscono però Orazio quando di letteratura romana non trova lampo se non dopo l'occupazione della Grecia[2]; più lo smentisce la storia. Tito Livio, in un passo d'oro[3], fa che i Romani desumano anche i giuochi scenici dagli Etruschi, dicendo che nell'epidemia del 390 di Roma, la collera celeste serbandosi inesorabile alle supplicazioni consuete, si introdussero (cosa nuova al popolo bellicoso, avvezzo soltanto agli spettacoli del circo) rappresentazioni sceniche, fatte da commedianti etruschi che nella costoro lingua chiamavansi istrioni, i quali ballavano artifiziosamente a suon di flauto e gestendo senza parole: i garzoni romani gl'imitarono, aggiungendo versi rozzi ma lepidi: in appresso s'introdussero buoni istrioni che ne recitarono di studiati, e rappresentarono satire, le cui parole convenivano al suono del flauto e al movimento. Livio Andronico (segue egli), più d'un secolo dopo, osò far meglio, e comporre drammi con unità d'azione; e avendo perduto la voce, ottenne di collocare davanti all'attore un giovane che cantava i suoi versi, mentr'esso faceva i gesti, viepiù espressivi perchè non era distratto dalla cura della voce. Di qui l'uso agli istrioni di accompagnare col gesto ciò che un altro canta, non parlando essi che nel dialogo.

Adunque Livio Andronico introdusse la favola teatrale, che soggetti forestieri riproduceva in favella barbara, cioè nella nostra[4]. Al solo ritmo, consueto nei carmi latini ed osci, sostituì il senario, libero verso, che traeva dall'accompagnamento della tibia quel tenor regolare e cadenzato che nella sua libertà gli mancava, e che formò passaggio fra la ritmica indigena e la metrica esotica. A quel modo continuarono e Nevio e Plauto, sempre scusandosi di tradurre i Greci in barbaro, cioè nel parlare di que' Romani, che per chiamare poi barbari gli altri popoli dovettero persuadersi d'essere divenuti Greci.

Ennio diede un passo innanzi, e abbandonando il pedestre senario, introdusse l'eroico greco: laonde si dava vanto d'aver «superato egli primo i monti delle muse, mentre fin a lui erasi detto soltanto coi versi che cantavano i fauni e i _vati_», cioè gl'indigeni[5]: introdusse il dattilo e il verso esametro, la cui musicalità era accessibile del pari ai dotti e al vulgo.

Andronico, Ennio, Plauto, Azzio, Nevio trattarono soltanto soggetti greci, benchè in Grecia non fossero ancora penetrati i Romani, non avessero «cercato le bellezze di Tespi, Eschilo, Sofocle», nè Mummio avesse recato gli spettacoli teatrali da Corinto[6]: laonde possiamo credere che quest'arte derivasse piuttosto dalla Sicilia, dove Aristotele e Solino la fanno nascere, e trasportare in Atene da Epicarmo e Formione; ovvero dalla Magna Grecia, ove molti Pitagorici aveano scritto commedie[7].

Di tre parti constava la commedia: diverbio, cantico, coro. Pel primo intendeasi l'atteggiare di più persone: nel cantico parlava una sola, o se ve n'era un'altra, udiva di nascosto e parlava da sè: nel coro era indefinito il numero de' personaggi[8]. Molta varietà v'ebbe poi di commedie: le gravi diceansi palliatæ o togatæ, secondo che di soggetto greco o romano; nelle prætextatæ s'introducevano persone di grand'affare, vestite della pretesta; inferiori erano le tabernariæ e i mimi.

Dal succitato passo di Livio i teatri romani compajono non semplice passatempo, ma un'istituzione civile e sacerdotale, e la recita come un'appendice di quelli che i romani tenevano per veri divertimenti, i giuochi del circo. Inoltre gli scrittori di commedie non erano romani, ma Ennio di Calabria, Pacuvio di Brindisi, Plauto di Sarsina nell'Umbria, Terenzio di Cartagine; talmente convenzionale era il linguaggio di quelle. Il romano popolesco rimase alle atellanæ, che alcuno vorrebbe somigliare alle nostre commedie a soggetto: recitavansi in osco[9] da giovani bennati, e allettavano grandemente il popolo per lo scherzo vivace e per l'originalità.

Diciannove tragedie di Marco Pacuvio sono lodate da Quintiliano per profondità di sentenze, nerbo di stile, varietà di caratteri; ma nel pochissimo rimastoci non troviamo che liberissime imitazioni, in istile bujo e disarmonico. Lucio Azzio, nato a Roma da un liberto, ne compose e raffazzonò di molte, fra le quali il Bruto e il Decio, soggetti patrj; e recitavansi ancora ai tempi di Cicerone, e più volentieri si leggevano. Delle diciannove tragedie di Andronico sol qualche frammento sopravive: compose pure un inno da cantarsi da ventisette fanciulle, e voltò dal greco l'_Odissea_. Gneo Nevio campano verseggiò anche la prima guerra punica.

Marco Accio Plauto[10] (n. 227) scrisse molte commedie; ad altre non facea che dar una mano, e correvano poi sotto il suo nome: ma sempre tradotte o imitate dal greco, e di greche costumanze. Ce ne sopravanzano venti, fra cui l'_Amfitrione_ mette in burletta gli Dei; e fanno per le migliori l'_Aulularia_ incompleta, il Trinummus e i Captivi di serio e morale intreccio. Guadagnato un bel gruzzolo col poetare, lo avventurò in commercio, sì male speculando che fu ridotto a girar macine da mugnajo.

Tutti i comici superò Publio Terenzio africano (n. 193). Rapito fanciullo dai pirati, fu compro da Terenzio Lucano senatore romano, che, educato, gli donò la libertà; ed egli, raccolto qualche denaro, passò in Grecia, ove morì di trentacinque anni. In Grecia, dopo la commedia democratica e politica di Aristofane, tutta allusioni ed attualità e baldanza, era stata introdotta la civile, in cui grandeggiò Menandro, che la elevò a qualche dignità con fatti serj e intento filosofico, rendendola, qual poi rimase, il quadro dei vizj e delle ridicolaggini, scevra di satira personale. Centotto commedie di quest'ultimo poeta ateniese avea tradotte Terenzio, che le perdette in un naufragio; nelle sei che ci rimangono, appajono purezza ed eleganza di stile e precisione di sentenze[11], quale in Roma non aveva ancora alcun modello. L'_Eunuco_ sembra originale, sebbene i caratteri di Gnatone e Trasone sieno desunti dall'_Adulatore_ di Menandro; e tanto piacque, che fu replicato fin due volte nel giorno stesso, e guadagnò all'autore ottomila sesterzj.

Plauto coll'asprezza e la facezia palesasi famigliare col vulgo, Terenzio ritrae della società signorile; quello esagera l'allegria, questo la tempera, e i caratteri e le descrizioni esprime al vivo. Orazio (che giudicando solo dall'espressione, vilipende tutti i comici della prima maniera) chiama grossolano Plauto, e lo taccia d'avere abborracciato per toccare più presto la mercede; alle commedie di Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi fra i Romani d'allora, Scipione Emiliano e Lelio: l'un e l'altro però sono troppo lontani dalla finezza dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi nell'esposizione.

La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al padroncino scapestrato, il ligio parasito, il padre avaro, il soldato millantatore, ricorrono in ciascuna commedia di Plauto, fin coi nomi stessi, come le maschere del vecchio nostro teatro; e si ricambiano improperj a gola, o fanno prolissi soliloquj, o rivolgonsi agli spettatori, o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso professa in qualche commedia di non seguire l'attica eleganza, ma la siciliana rusticità[12]; il verso talmente trascura, che si dubita se verso sia[13]; grossolano e licenzioso il frizzo; il dialogo da plebe. Meno che pei letterati ha importanza pei filologi, che vi riscontrano idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre, e ripudiati dagli autori forbiti: altra prova che il parlare del vulgo si scostasse da quello dei letterati, e forse viepiù nell'Umbria.

Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre altre donne che cortigiane, ma le fa involate da bambine, e consueta soluzione della commedia è il riconoscimento loro[14] per mezzi miracolosi: anche all'uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto nella morale, men procace nel motteggio, eletto e spontaneo nel dialogo, pittorescamente semplice nei racconti, attraente nelle situazioni, resta inferiore in vivezza comica e gaja fantasia: quanto all'invenzione, e' si scusa col dire che non è più possibile atteggiar cosa nuova[15]. Nè l'uno nè l'altro conobbero l'_ammaestrare ridendo_, proponendosi unicamente di recare sollazzo al pubblico[16].

Le commedie di Terenzio e Plauto erano palliate, cioè eseguivansi in abito greco: nelle togate fu celebre Afranio, ma pochissimi versi ce ne restano. Poco merito, in generale, si attribuiva alla drammatica, tantochè Quintiliano confessa che, in questa parte, la letteratura latina va zoppa. E per vero, come poteva fiorire tra un popolo che si dilettava di belve combattenti e dei veri spasimi e del sangue d'uomini accoltellantisi? Terenzio racconta che, alla prima rappresentazione della sua Ecira, il popolo costrinse a interromperla perchè si erano annunziati gladiatori e saltambanchi.

D'Asinio Pollione, il più celebre tragico, nulla sopravisse: di Ovidio sappiamo che scrisse la Medea; ma i luoghi comuni onde farcì le sue Eroidi, e la dilavata facilità del suo stile non ci lasciano troppo rimpiangere questa perdita, nè quella de' molti altri tragici romani ricordati[17].

Della burletta si prendea molto spasso, e fino a quell'antichità risalgono le maschere: il Macco o Sannio, progenitore del nostro Zanni o Arlecchino, era un buffone, raso il capo, vestito di cenci a vario colore, e che rideva in tutto il corpo; a Pompej si trovò il Pulcinella, maschera atellana. Sul finire della repubblica si preferivano i mimi, mescolanza di ballo e di drammatica, non ridotta ad un'azione perfetta, ma in scene staccate, un carattere plebeo esponendo nelle differenti sue situazioni, con parlar vulgare e locuzioni scorrette; di che il basso popolo, riconoscendo se stesso, prendeva mirabile dilettazione. Il poeta dava solo la traccia, lasciando che l'attore improvvisasse; attore sovente era l'autor medesimo, e i più famosi furono Siro e Laberio. Di questo abbiamo un prologo, dove lagnasi d'essere stato costretto da Cesare a montare sul palco: di Siro alquante sentenze morali, che teneva in serbo per intrometterle all'occasione, e che ci danno alta idea della farsa romana. Anche Gneo Mattio, amico di Cesare e di Cicerone, scrisse Mimiambi assai lodati, oltre una Iliade.

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