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Il volume è il tredicesimo di una serie di quindici che traccia la storia d’Italia, scritto da Cesare Cantù, storico e politico del XIX secolo. L’opera si apre con una lunga riflessione sul concetto di sovranità popolare, collegandolo alle teorie di Rousseau e alle aspirazioni rivoluzionarie che, secondo l’autore, hanno trasformato l’idea di Stato in un esperimento di “ragione pura”. Da questa premessa filosofica si passa rapidamente a una narrazione dei tumulti della Rivoluzione francese, dei loro effetti sull’Italia e delle reazioni dei sovrani, dei clerici e dei popoli italiani, fino alle prime campagne militari contro la Francia e alle complesse dinamiche diplomatiche tra Austria, Napoli e la Chiesa. Il testo, ricco di citazioni e di riferimenti a eventi e personaggi, offre una panoramica dettagliata del periodo di transizione tra l’Illuminismo e il Risorgimento.

La prosa di Cantù è tipica della storiografia ottocentesca: ampia, a tratti retorica, con un lessico ricco di termini giuridici e filosofici. Il tono è critico verso le ideologie astratte e favorevole a una visione più pragmatica della politica, riflettendo la mentalità conservatrice dell’autore. Chi apprezza gli studi accademici, le analisi comparative tra Francia e Italia e la lingua italiana del tempo troverà questo volume stimolante; è particolarmente indicato a lettori interessati alla storia delle idee politiche, alla diplomazia europea del tardo Settecento e ai preliminari del Risorgimento.

Who appears in Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

  • Rousseau18th‑century philosopher, wavy hair, full beard, contemplative expression, wearing a dark frock coat and waistcoat

The opening · free to read

La sovranità del popolo era idea antica, e Rousseau aveala ridotta a teoria scientifica congiungendola col diritto naturale e col dogma d’un’intera libertà primitiva, che poteasi nè alienare, nè trasmettere; sicchè la volontà popolare è giustizia, è morale, è religione. Con questi o simili principi i filosofi voleano scomporre lo Stato in idea, per rifarlo secondo la ragion pura; i rivoluzionarj vollero distruggerlo in fatto, per costituirne uno nuovo razionale. Quelli contentavansi di transigere quando avessero la realtà contro di sè, e cercavano giustificare queste transazioni col supposto d’un tacito consenso, purchè se n’appagasse l’interesse teoretico: la rivoluzione invece volle annichilare ogni istituzione che non s’uniformasse a’ suoi predicati di ragion pura. Vedendo difettoso il sistema sociale, rappresentavasi qual tipo di perfezione l’uomo staccato da’ suoi simili, il selvaggio d’America, il figlio della natura. Perciò le costituzioni politiche riguardavano l’uomo isolato, invece di cercare ciò che in ciascuna età doveva convenire agli uomini a norma della precedente[1]: non si dà veruna associazione intermedia fra l’individuo e lo Stato; ben si formano colleganze d’individui e d’interessi, ma senza ordinamento permanente.

Così i teoristi puri; alcuni però vagheggiavano le istituzioni inglesi, non accorgendosi come esse richiedano reciproco spirito di moderazione, profondo sentimento dei diritti delle due parti che si trovano a fronte, e come in nessun paese quanto in Inghilterra sia tanto apprezzata la libertà individuale, eppur tanto diffuso lo spirito d’associazione, mentre i migliori Francesi d’allora predicavano l’apoteosi dell’individuo isolato.

Quest’è vero che, delle libertà che poi la Francia e l’Europa acquistarono, non una sola per avventura ce n’è che non fosse richiesta nelle commissioni che allora i comizj elettorali diedero ai deputati; i nobili abdicarono spontanei ai loro privilegi, e col clero s’eguagliarono al terzo stato; onorata la parola di popolo; formulati i diritti de’ cittadini; il re non essere che primo magistrato: sicchè assodando tali acquisti, poteansi anticipare quelle libertà, le quali invece si pericolarono in orridi esperimenti, che ad alcuni le fanno ancora spaventevoli. La rivoluzione, scoppiata quando appunto sembrava rinascere la concordia fra principi e popolo, dopo un secolo che si lavorava a redimere il genere umano col dargli, non la fede e la grazia, ma la volontà illuminata dalla ragione, mostrossi generosissima da principio, siccome un’ispirazione di sentimento; ma iniziata per improvvida leggerezza delle classi superiori, allattata da una filosofia che non riconosceva legittimo se non ciò che la ragione da sè riuscisse a creare e produrre, ingrandita dalle esitanze dei governanti, fu travolta nel vortice dagli ambiziosi, che, anelando ad un’influenza impossibile in tempi calmi, macchinavano la demolizione senz’ingerirsi della riedificazione; presto cadde in mano di sofisti, che la trassero negli orrori della demagogia; e da quella che prima parve una sommossa, uscì il totale spostamento della società civile dalle storiche sue basi. I deputati, raccoltisi per assodare il trono, gli si ritorsero contro; le assemblee primarie vollero governare; la plebe cominciò a tumultuare; i giornalisti e le conventicole, palestra di chi non ha nè l’elezion popolare, nè la consacrazione d’un carattere e d’un nome rispettato, faceano il loro consueto uffizio di seminar paure, malevolenze, furori, consigli esagerati; i rappresentanti vollero mostrarsi coraggiosi col sagrificare sentimento, opinioni, bene pubblico alla paura e alla popolarità. Luigi XVI, se non le amava, rassegnavasi alle novità che il secolo chiedeva; e al ben del popolo applicando le proposte dei filosofi, e filosofi assumendo a ministri, abbatteva le barriere da questi disapprovate, e dopo le dannose, anche le indifferenti, poi le utili, poi le necessarie; e di concessione in concessione, sempre persuadendosi che fosse l’ultima, si privò una dopo una di tutte le prerogative di re. Ben presto i deputati si eressero in Assemblea Costituente (1789 30 giugno); la parte puritana rivalsa, filantropicamente feroce scannava e scannava, e creava una società di mille ducento tirannicidi; giurati a togliere dal mondo i re. Non era più la nazione che operasse, bensì un partito, il club dei Giacobini, sicchè non impropriamente tutti i fatti di quel periodo sono popolarmente attribuiti, anzichè ai Francesi, ai Giacobini.

I quali dichiararono decaduto il re, poi mandarono al supplizio (1793 21 genn.) lui, sua moglie, sua sorella, e con loro uomini viziosi e uomini santi, intrepidi e codardi, sapienti e ignoranti, deputati e fanciulle, sacerdoti e miscredenti, bottegaj e marchesi, monache e meretrici, vittime e carnefici, con tremenda eguaglianza; centomila vite spegnendo fra gl’insulti d’una plebe cannibale, sopra decreto subitario di giudici implacabili perchè tremanti, i quali non so se più sia obbrobrio all’età passata l’averli prodotti, o alla nostra il pretendere giustificarli. Vedendo ai pensatori sottentrare gli uomini d’azione, poi i trascendenti, poi gl’invidiosi, poi l’infima ciurma, ciascuno strozzando i precedenti, ciascuno portato in trionfo prima d’essere trascinato alla forca, e stabilirsi la peggior tirannide, quella che si associa all’anarchia, molti vennero a discredere alla libertà e pensar necessario il despotismo, sciolto dalle forme e dalle consuetudini che prima lo tenevano nei limiti.

L’Europa aveva esultato alle fauste promesse d’una rivoluzione che accelererebbe l’attuazione del bene; e quegl’Italiani che aveano tenuto l’occhio ai progressi del secolo, si rallegrarono di veder assicurate quella libertà ed eguaglianza che da diciotto secoli erano state dal vangelo severamente annunciate e testè dai filosofi predicate gajamente. Ma come videro fondarle su canoni arbitrarj, dedurne sofistiche e fin scellerate illazioni, distruggere con intolleranza raggionacchiante gli acquisti dei secoli, delle dottrine de’ gran savj abbandonarsi l’applicazione al braccio della canaglia e allo schiamazzo delle meretrici, se ne stomacarono; e mentre dinanzi tesseano idillj con Elvezio, con Rousseau, col Filangieri, sbigottivano alle notizie che confuse ed esagerate giungeano traverso ai pochi giornali e alle proibizioni, parlando solo di decapitazioni, affogamenti, mitraglia, di provincie che mandavano lardoni per ungere la ghigliottina, di Giacobini che giocavano alle palle con teste di nobili, di deputati che prometteano strozzar l’ultimo re colle budella dell’ultimo prete.

Allora parve non solo dovere di principe ma d’uomo il mettere un freno a quel furore, se non altro il protestarvi incontro colla guerra.

Leopoldo II fu il primo che osò avventare la scintilla in quell’ammasso di polvere; e a Mantova combinò (1791 27 agosto), a Pilnitz conchiuse un’alleanza di principi per istrappar dalla prigione i reali di Francia, e la Francia dalle branche dei Terroristi. Questi in risposta gli gettarono la testa del re e di chiunque era sospetto; e quando Leopoldo morì, Francesco II suo giovane figlio e successore si trovò incontro la guerra, ruggente dal Reno alle Alpi, e Francia che, accettata la sfida di Austria, Prussia, Inghilterra, accingevasi a spandere dappertutto i principj che nell’interno avea fatti sanguinosamente trionfare.

Pio VI propose di raccogliere l’Italia tutta in una federazione sotto la sua supremazia. Era il concetto di molti suoi predecessori; il concetto che, cinquant’anni dopo, bastò a indiare chi lo ripropose: ma all’Austria la lega italica facea paura più che l’invasione nemica; Venezia e Genova non voleano pericolare i traffici loro nè i grossi capitali impiegati in Francia; il duca di Modena, sapendo che i suoi antecessori nelle lotte tra Francia ed Austria erano stati sbolzonati qua e là, provvedeva a mettere in serbo tesori; la Toscana parteggiava per le idee francesi e il ministro Manfredino di Rovigo, ne’ cui splendidi circoli brillavano il vecchio Pignoni e i giovani Fossombroni e Neri Corsini, era chiamato il marchese giacobino; laonde il granduca, tuttochè austriaco, fu il primo che riconoscesse la repubblica francese, e Carletti suo ministro a Parigi erasi fin reso sospetto per esuberante patriotismo.

In Corsica l’Assemblea Costituente (1792) avea richiamato l’esule Paoli, che accolto in trionfo a Parigi e per tutta Francia, rivide la patria sperando sarebbe resa libera da que’ Francesi stessi che l’aveano incatenata. E raccomandava di preferire la fusione colla libera Francia a un’indipendenza che troverebbe venditori e usurpatori: — Quante volte non fu a me offerta la sovranità dell’isola! altri potrebbe valersene. Invece noi potremo giovare alla patria come rappresentanti nell’Assemblea, la quale un giorno darà lume e norma all’Europa intiera. Chi sa che gli eloquenti periodi non facciano crollare i troni dei despoti». Insieme diceva: — Deh nell’Assemblea ci fossero meno oratori e filosofi! La Magna Carta degl’Inglesi è breve; breve il bill dei diritti; ma quelle basi della libertà britannica non furono stese alla spensierata. Ora i Francesi cercano l’ottimo, e temo si espongano a perdere il buono; vorrebbero far tutto in una volta, e niente finora han fatto che non possa subito disfarsi».

Poi la sua fede repubblicana vacillò quando vide la Francia divenir empia e sanguinaria, e trafficare di popoli: temeva vendesse la Corsica a Genova, e la barattasse con Piacenza; e in paese l’agitazione facesse prevalere gl’intriganti, i calunniatori, i ladri, gente che guadagna dei torbidi. — Se cotesti signori hanno in sospetto noi che col latte abbiamo succhiato l’amore della libertà e dell’uguaglianza, e per essa sofferto tanto, non sarà lecito a noi tenerci in guardia da certi, il cui patriotismo non data che da tre anni, e che per la patria non hanno sparso sangue, non sofferto esigli, non devastazioni di beni? Pare si voglia tenere la Corsica divisa in partiti, e per lo più chi risolve da lontano si appiglia al peggio». Poi ferito dalle solite ingratitudini popolane, disperò dell’esotica liberazione: — Non avrei mai creduto che ventun anno di despotismo avessero potuto distruggere tanta virtù pubblica, che in poco tempo la libertà avea fatto brillare nel nostro paese. Oh fossi morto il dì che seppi aver i Francesi donato alla nostra patria la libertà! Qual funesto avvenire non si offre alla mia mente! Siamo troppo lontani dal centro del movimento; il potere lontano non vede il male. Se lo vede, scrive lettere oratorie, che nulla valgono su animi impastati d’ignoranza e cupidigia, sconosciuti al mondo ed a se stessi, senz’idea del vero onore, e molto meno della vera gloria. Ah! e tanti sparsero il sangue sotto i miei ordini per dare la libertà a popolo tanto indegno!»

Accusato da compaesani (1793), l’uomo intemerato fu tradotto a scolparsi davanti ai manigoldi di Parigi nei giorni del Terrore. Il deputato Matteo Buttafuoco scrisse (Conduite politique du général Paoli) contro di lui e di Saliceti; ma l’opinione pubblica gli si rivoltò, e in molte parti la colui effigie venne arsa come d’aristocratico[2].

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